COMUNICARE  LA GUERRA

 

Crisi del Golfo: "opinione pubblica" e "informazione" fra rumore e silenzio di Augusto Ponzio

&laqno;A due anni della guerra del Golfo, una guerra che malgrado le dichiarazioni trionfali della sua "fine" continua fino ai giorni nostri - e gli ultimi avvenimenti di gennaio [1993] sconfessano definitivamente i 'pacifisti della coscienza', quelli che misero in pace la loro coscienza con l'idea che la guerra potesse essere un intervento chirurgico, mirato, preciso, circoscritto e rapido - alcune considerazioni si impongono». Così iniziava un mio articolo pubblicato nel 1993 in questa stessa rivista (Comunicare la guerra: intellettuali, potere, mass media", "Giano", 13, 1993, pp. 135-144). Cambiando soltanto "A due anni" con "A sette anni", quanto sto per scrivere può cominciare con le stesse considerazioni; e la loro attualità e pertinenza, malgrado il tempo trascorso (ma è sempre lo stesso tempo di quel tramonto di cui parlava Hegel, che non finisce di finire) le confermano ulteriormente.

Oggi, nell'attuale situazione internazionale caratterizzata dalla presenza sempre più diffusa della guerra, possiamo riaffermare con certezza che la guerra del Golfo ha segnato una svolta decisiva che consiste nel ripristino dell'idea (e della pratica) della guerra come mezzo giusto e necessario di soluzione dei contrasti internazionali. L' "intervento chirurgico, mirato, preciso, circoscritto e rapido" e l'embargo che dura da sette anni hanno prodotto fin ora una quantità enorme di morti, un livello di distruzione del territorio e un continuo abbassamento tutt'ora in corso delle condizioni di vita della popolazione irachena già martoriata dalla guerra: l'embargo all'Iraq, a cui l'Italia partecipa, uccide centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini, puniti per le "colpe" del governo iracheno secondo la logica della "rappresaglia" contro persone innocenti. Una strage che si protrae e che va assumendo le dimensioni di un vero e proprio genocidio.

Il ciclo di produzione della guerra continua. E la guerra del Golfo, per il ruolo che ha svolto, all'inizio di questo decennio, nell'ottenimento dell'assenso alle ragioni della guerra, è il paradigma di questo ciclo, di cui essa fa parte. Sicché devono essere riprodotte e mantenute le condizioni (il circolo stesso "sanzioni-guerra-sanzioni" serve a questo) per cui essa possa essere di nuovo ricominciata. "Riscaldare i motori" per l'attacco: questa espressione è sintomatica.

All'inizio fu necessaria una grossa operazione che vide impegnati anche i maggiori intellettuali italiani per sostenere e propagandare le ragioni della guerra contro la ragionevolezza, allora ancora abbastanza diffusa (e certamente di più di quanto non sia adesso) che la guerra, oggi più che mai, produce necessariamente un danno maggiore di quello che vorrebbe riparare e che non può mai essere né giusta, né legale, né legittima, né può essere considerata "extrema ratio", perché non è in alcun modo "ratio"; e fu necessaria la copertura dell'Onu e l'apparecchiatura e lo svolgimento dell'attacco avvennero sotto il suo "stendardo benedetto". Ma già la conduzione della guerra del Golfo, nel secondo anniversario (1993) del suo inizio, direttamente da parte degli Stati Uniti, e senza preamboli sta chiaramente ad indicare che la guerra era ormai entrata a far parte della comunicazione come elemento necessario della riproduzione in questa fase della "comunicazione-produzione" (che il Libro bianco di Delors descrive e teorizza alla perfezione) anche se fa sempre comodo la copertura del vessillo dell'Onu. Nel settimo anniversario la guerra del Golfo appare chiaramente una guerra americana, ma ciò non toglie che si discuta, da parte del governo italiano, se e in che misura collaborare (ci sono pur sempre i vincoli con la NATO oltre agli impegni con l'ONU) e che essa continui ad assumere la fisionomia di una guerra mondiale: in effetti certamente per l'estensibilità del conflitto che essa potrebbe provocare: &laqno;altrimenti potrebbe scoppiare un incendio mondiale» ha detto Ieltsin (ANSA, 5 febbraio 1998); &laqno;Jerusalem: This time, Israel may not simply sit back and watch» ("Time Daily", 4 febbraio 1998). Non dimentichiamo, inoltre, che nel frattempo, in ottemperanza al Nuovo Modello di Difesa, c'è stato "Restore hope", l'intervento dell'Italia in Somalia.

La nuova crisi del Golfo per l'Italia ha significato principalmente stabilire la propria posizione nei confronti degli Stati Uniti, nei cui riguardi si è trattato soprattutto di dimostrare che, nelle parole del ministro degli esteri Lamberto Dini che commentava il suo colloquio del 16 febbraio, al dipartimento di Stato di Washington, con Madeleine Albright, gli Stati Uniti e l'Italia &laqno;perseguono gli stessi obiettivi, non ci sono differenze», non ci sono &laqno;ambiguità» (ANSA, 16 febbraio 1998). La questione principale è, in questa comunanza di intenti, come avere ragione dell'altro, del "nemico", fino al ricorso, se necessario alla ragione della guerra; la quale è - e questo è un luogo comune della logica della guerra - sempre voluta dall'altro, è sempre voluta dalla "follia" dell"altro. Indurre l'altro alla "ragione" , che è sempre la propria, con le buone o con le cattive: &laqno;Hussein rispetta soltanto la minaccia della forza» ha detto Dini, &laqno;sappiamo che non capisce diversamente. Quindi, soltanto una minaccia credibile dell'uso della forza lo può probabilmente indurre alla ragione, cioè al rispetto di ciò che la comunità internazionale esige dall'Iraq in questo momento» (ibid.). E mentre tiene a precisare che &laqno;nel colloquio con la Albright "non si è assolutamente parlato dell'eventuale messa a disposizione della coalizione anti-Saddam di basi in Italia"», nello stesso tempo, Dini &laqno;dichiara che il dibattito tra le forze politiche italiane sulla posizione del governo non è stato "neppure evocato": non ce n'è stato bisogno, ha spiegato Dini, perché "il governo sa dove sta, quali sono i suoi intendimenti, quali sono le sue obbligazioni e quindi nel momento in cui le decisioni dovessero essere prese, esse saranno conseguenti"» (ibid.). Essere conseguenti nell'indurre l'altro alla ragione, significa accettare l'estrema conseguenza dell' uso della forza: "l' estrema ratio della guerra giusta e necessaria". E che cosa c'è di male in una guerra, compresi i suoi "danni collaterali" se serve a impedire la guerra -"la guerra è la pace" (Orwell, 1984) - e tranquillizzare rispetto alla prospettiva , paventata da Dini, &laqno;di ritrovarsi, tra qualche mese, a dover riaprire il dossier delle armi chimiche e batteriologiche irachene» (ibid.) E se è mettendo in moto i meccanismi della guerra che si può pervenire alla pace, è giusto che il segretario dell'Onu, Annan, subito dopo l'accordo di Bagdad, abbia esordito, al Palazzo di Vetro, dicendo che in primo luogo bisogna ringraziare l' Inghillterra e gli Stati Uniti, per aver svolto, con loro generosa prontezza a schierarsi per la guerra, la funzione &laqno;peacekeeper», "guardiani della pace": e questa formula non è soltanto diplomatica, è anche rispondente alla "verità": la "verità", naturalmente, secondo logica della guerra giusta e necessaria, che la Guerra del Golfo mise in circolazione nella comunicazione mondializzata sette anni fa.

E' vero che la pace di Bagdad del 23 febbraio scorso è stata raggiunta perché tutto era predisposto affinché allo scadere del tempo prestabilito la guerra "scoppiasse" di nuovo. "Tempesta del deserto" (1991), "Tuono del deserto" (1998): nomi che evocano al tempo stesso slogan pubblicitari e parole d'ordine del lessico della Germania Nazista ("Notte e Nebbia", "Brezza di primaverade", "Spuma di mare") e che, in ogni caso, fanno parte della ideo-logica della produzione capitalistica, come vi appartengano i luoghi argomentativi della "Blitzkrieg", guerra lampo, della "brevità, "velocità", della guerra, della "precisione", dell' "alto livello tecnologico". E mentre si dibatteva la questione della partecipazione, e in che termini, al "Tuono del deserto", di fatto la partecipazione alla guerra, al fianco degli Stati Uniti, era già assicurata, se non direttamente, o indirettamente fornendo "rampe", alla produzione dei danni, collaterali e non (sangue, morti, macerie), certamente "riscaldando i motori" di computer e telecamere, per consentire quel nuovo tipo di postazione, quella davanti ai teleschermi, che in questa fase della comunicazione-produzione la guerra richiede. E' una postazione che garantisce la buona coscienza, che permette di avere la coscienza pulita. Ma anche questa postazione, di spettatori neutrali e non coinvolti, svolge la sua parte affinché ci siano morti, sangue e macerie.

E' la stessa che acconsente alle vittime dell'embargo all'Iraq. Questo consenso è decisivo nella partecipazione al ciclo di riproduzione della "guerra come cosa giusta e necessaria", inaugurato dalla guerra del Golfo. Ogni tipo di guerra richiede tipi diversi di partecipazione, di strategie, di postazioni, di strumenti: e in questo sistema di comunicazione, la guerra si realizza anche grazie alla "partecipazione deresponsabilizzata" del telecomando.

Ed è indicativo del diffuso consenso tacito fino all'indifferenza nei confronti della guerra e della totale dipendenza dei media dal ciclo di riproduzione dell'informazione che la questione dell'Iraq adesso non fa più notizia, una volta che è stato raggiunto, ad opera di Kofi Annan, segretario generale dell'Onu imposto da Washington, l'accordo di Bagdad, che garantisce le ispezioni dell'UNSCOM (United Nations Special Commission e le verifiche dell' (IAEA, International Atomic Energy Agency) consentendo l'accesso ai palazzi presidenziali e assicurando anche il diritto degli Stati Uniti di intervenire in caso di violazione irachena. Se qualche problema resta, è quello se Saddam Hussein starà ai patti: "la Repubblica", 26 febbraio 1998, da suo corrispondente A. Zampaglione, fa sapere che il 56 per cento degli americani è favorevole alla soluzione raggiunta, ma l' 82 per cento è convinto che Saddam non rispetterà la promessa. Certo, è ricomparsa nei giorni successivi anche la questione dell'embargo: continuare, ridurre smettere? Ma tale questione fa notizia solo come espressione dell'atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell'Iraq: &laqno;Gli Usa: l'embargo non si tocca» (titola "la Repubblica", ibid. ) e il "dopo accordo di Bagdad" riguarda, stando all'informazione giornalistica, il problema di come pianificare il ritiro dal Golfo da parte del Pentagono, che ha già speso 600 milinioni di dollari, più di mille miliardi di lire, senza dare l'impressione di una ritirata, sicché (sottotitolo del medesimo articolo di "la Repubblica") &laqno;Clinton: "Subito un'ispezione ai siti di Saddam"» (Ma di Clinton alla stampa, alla televisione e alla loro opinione pubblica adesso certamente interessa di più come se la caverà con il "Sexgate"). Oppure della fine o riduzione dell'embargo all'Iraq si parla in termini di interessi per le megacommesse, Italia compresa, per la ricostruzione dell'Iraq.

Intanto l'embargo continua, e anche il genocidio, con la partecipazione del nostro governo. Ed è l'embargo (a parte il vantaggio che arreca il mantenere fuori mercato del petrolio un "paese ostile") la condizione di un permanente stato di crisi, indispensabile alla necessità di tenere "accesi i motori" del meccanismo di produzione e circolazione della guerra (ivi compreso il meccanismo di produzione e cicolazione del consenso alla guerra), a sua volta indispensabile alla produzione e circolazione di armi, all'industria bellica.

Perciò proprio ora che il dado dell'attacco non è stato tratto, proprio ora che ritorna il silenzio sulla questione dell'Iraq, bisogna che si rifletta sul rumore che lo impone, che è un rumore di guerra, e che è continuamente presente nel linguaggio della comunicazione dominante sia quando parla di guerra sia quando della guerra, e degli embarghi e delle stragi e dei genocidi, non parla.

E' del giorno succesivo all' "accordo di Bagdad" questa notizia ANSA:

&laqno;Non c'è più la minaccia sovietica contro cui combattere, e forse anche il pericolo Saddam Hussein si va ridimensionando. Ciò nonostante agli americani serve "un nemico contro cui combattere", almeno al cinema: è "Starship Troopers", l'ultimo film di Paul Verhoeven (lo stesso del thriller erotico "Basic Instinct" con Sharon Stone e del successivo flop "Showgirl" con Demi Moore). Un nuovo tipo di nemico, un nuovo tipo di guerra è lo slogan trovato dai pubblicitari della Buena Vista che distribuisce in Italia il film prodotto dalla Touchstone e dalla Tristar. L'esercito americano, in un futuro piuttosto lontano, combatte contro una razza aliena: i Bugs, giganteschi e schifosissimi insetti. Per il lancio italiano, è stata organizzata un'anteprima nazionale giovedì a Roma: cento soldati sui carrarmati marceranno fino all'ingresso del cinema dove daranno vita ad un live show sulle note dei brani della colonna sonora del film, con finte esplosioni, laser e lampi. E non mancherà il gigantesco insetto Bug».

La "sventata minaccia della guerra" è la minaccia stessa della guerra. Del resto chi si assume la responsabilità della guerra? La si fa perché si è costretti: per ora questa "necessità" è stata semplicemente rinviata: &laqno;La guerra che l'America non voleva fare, ma che sarebbe stata costretta a combattere, non si farà, per il momento» (V. Zucconi, "la Repubblica" 24 febbraio 1998, corsivo mio). Bisognerebbe tornare alle parole dette alla "fine" della guerra del Golfo, nel 1991, per avvertire, alla luce dello sventato pericolo, il senso effetivo che può avere, in seguito all'accordo raggiunto nel febbraio scorso a Bagdad, questa pacificazione delle buone coscienze, che avrebbero trovato il modo di pacificarsi anche nel caso in cui "la" guerra (quella degli americani è sempre "la" guerra, ma di fatto questa lo è, per quello che rappresenta e per quello può diventare) fosse "scoppiata" (come si pacificano per gli embarghi, per le stragi, per i genocidi e le tutte altre guerre necessarie alla riproduzione del sistema di produzione mondializzato). &laqno;Si è pagato un piccolo prezzo in termini di conflitto e si è guadagnato un enorme spazio in termini di pace», disse uno (Gianni de Michelis, 4 marzo). &laqno;Cominciata nel nome del diritto internazionale, si può dire che la guerra del Golfo sia finita nel segno della legalità» disse un altro (Giovanni Valentini, L'Espresso, 1 marzo, 1991). &laqno;Rispettati gli obiettivi di giustizia e legalità. Il conflitto non è mai degenerato», &laqno;La pace è stata finalmente conquistata nella giustizia», dissero altri ancora (v. rispettivamente Avanti, 1 marzo 1991; Il giornale, 6 marzo); un altro infine si rallegrò per aver visto giusto: &laqno;Noi illuministi ancora capaci di distinguere fra una guerra giusta, fra una guerra necessaria e una guerra di rapina» (Giorgio Bocca, L'espresso, 3 marzo).

La logica della guerra ha bisogno di dividere la storia - per dimenticarla e per ripeterla - interponendovi la fine, l'accordo, la pace. La guerra ha bisogno di dimenticare la guerra: fine della guerra con l'Iran, fine della guerra con l'Iraq(!). La fine della guerra con l'Iran permise di dimenticare le vittime di Saddan durante la guerra con l'Iran prodotte anche grazie alle forniture di armi da parte delle stesse nazioni occidentali.

E' interessante vedere come sia sia espresso alla fine della guerra del '91 e alla vigilia dello scoppio della guerra, che poi non c'è stata, uno degli "interventisti" e "antipacifisti" maggiomente capace di cinica indifferenza anche se anch'egli strenuo e impegnato pacificatore della propria coscienza e di quanti hanno bisogno di una parola di conforto per allegerersi delle proprie responsabilità. Allora aveva detto che che &laqno;non abbiamo vinto» (il "noi" dei tifosi di calcio) in nome dell'Onu: non insieme all'ONU ma con gli Stati Uniti abbiamo fatto la guerra e l'abbiamo vinta: questa verità va esplicitata per non farsi illusioni sul ruolo dell'ONU nell'organizzazione della pace. Per quanto riguarda l'Europa e l'Italia dobbiamo smetterla, diceva, di nasconderci per paura di qualche pacifista sotto &laqno;lo stendardo benedetto dell'ONU» (sì, era di S. Romano l'espressione che abbiamo virgolettato all'inizio), di assegnare alla nostra politica estera l'obiettivo utopistico del mantenimento di un' inesistente legalità internazionale. E concludeva con l'incitamento &laqno;prepariamoci» ad affrontare il mondo che ci aspetta &laqno;con gli strumenti della Realpolitik». Adesso ("Panorama", 19 febbraio 1998), quello che lo infastidisce è che, mentre erano in corso i preparativi per &laqno;una spedizione punitiva» contro Saddam Hussein, l' &laqno;incidente di Cermis» (i venti morti) per il quale &laqno;l'indignazione degli abitanti della val di Fiemme è [bontà sua! ] legittima» ha offerto l' &laqno;occasione» per una &laqno;campagna di opinione antiamericana». Questa coincidenza favorisce e rende più &laqno;rumoroso» del solito quello che S. Romano chiama il &laqno;popolo della pace», che è pronto a scendere in piazza, appena ne ha l'occasione, contro la &laqno;tracotanza imperiale degli Stati Uniti» e le loro azioni di guerra: gli &laqno;ingredienti» di questo rumore che disturba il silenzio della comunicazione ordinaria sono &laqno;pacifismo cristiano, neutralismo, ecologismo, terzomondismo, nazionalismo frustrato e una forte dose di antiamericanismo». Sono gli stessi &laqno;ingreddienti delle manifestazioni contro gli euromissili, gli obblighi militari dell'Alleanza atlantica, la base della Maddalena, la guerra del Golfo, Gladio e le responsabilità, vere o presunte, dell'imperialismo americano. La trama di copione è diversa, ma gli attori sono gli stessi e lo slogan "yankee go home" - quello di sempre».

L'informazione giornalistica è complice del silenzio che ora segue all'accordo, il silenzio sulla crisi, sull'embargo che continua, sui danni che provoca, sul genocidio che si protrae. Ma lo è costitutivamente, perché il ciclo dell'informazione, in quanto parte del sistema della comunicazione-produzione, appartiene allo stesso meccanismo del ciclo di produzione della guerra.

Il nuovo ruolo di giornali e tv &laqno;non più mediatori fra messaggio e pubblico ma cassa di risonanza del messaggio stesso», come dice Lawrence Grosmann, -giornalista Usa autore del libro La democrazia elettronica sull'informazione del duemila, in una intervista apaprsa su "Panorama" ( 12 febbraio 1998), a proposito di Clinton il sexgate e la crisi del Golfo -, non è altro che l'espressione della necessità di una sempre maggiore di velocizzazione del ciclo produzione-circolazione-consumo di informazione. Che l' "opinione pubblica" sia essa stessa parte e prodotto di questo processo, piuttosto che destinatario e interlocutore è la verità di ciò che Grossmann chiama &laqno;democratizzazione dell'informazione»: un rapporto diretto fra i fatti (e i loro protagonisti) e la gente non filtrato e non mediato dall'analisi dei giornalisti, i quali, dice Grosmann devono smettere di fare da mediatori, da &laqno;passacarte», ma fare solo il loro mestiere, che quello di &laqno;cercare le notizie». Ed è significativo che Grossmann faccia iniziare questa "democratizzazione", che è in realtà l' "usa e getta della notizia", dalla Guerra del Golfo Persico del 1991, individuando un rapporto continuo di sviluppo del consumo diretto di notizie dalla operazione della Cnn in quella occasione alla vicenda Diana e al recente Sexgate di Clinton.

Il quotidiano è l'espressione più vistosa dell'alternarsi rumore-silenzio, funzionali l'uno all'altro nell'ambito dell'informazione, del sovrapporsi e cancellarsi reciproco delle notizie, che impediscono il concentrarsi dell'attenzione dell' "opinione pubblica" su un problema "emerso" per considerarlo nella sue effetive cause, articolazioni e possibilità di soluzione - come il problema, presente "di nuovo", della crisi nel Golfo, che c'era già, evidentemente, fin dalla "fine", sette anni fa, della guerra, e nulla è stato fatto, nel frattempo, se non per acuirlo.

Anche perché l' "opinione pubblica", è ormai anch'essa parte della comunicazione mondializzata. Essa, in realtà, è fatta proprio di questo distrarsi, di questa "limitata sensibilità", limitata anche temporalmente, tanto quanto dura il "fatto che fa notizia"; è fatta di smemoratezza: il che le permette di scambiare la ripetizione con la novità, e consente che essa stia ben al passo con la politica che offronta i probemi secondo la sua "visione realistica" della momentanea rilevanza tattica; sicché per esempio partiti e parlamentari possono essere stati contrari all'embargo contro l'Iraq e poi semplicemente non parlarne più, se non quando se ne presenti l'occasione "politica".

L'informazione del quotidiano è informazione del giorno, di un giorno, che non solo deve poter vincere la ridondanza che il quotidiano si ripete, sempre eguale a se stesso, con un identico cliché, ma deve a sua volta poter essere superata da nuova informazione. Il consumo del quotidiano è il consumo dell'informazione che deve essere soppiantata, pena il bloccarsi del suo ciclo informativo. L'informazione del quotidiano non mira che al suo consumo e alla produzione di nuova informazione. Che l'informazione non abbia altro scopo che l'informazione sembra una delle più nobili missioni. Ma in effetti non significa altro che l'unico fine dell'informazione è la riproduzione del processo di informazione attraverso il consumo di informazione, come il fine di qualsiasi altro ciclo produttivo è la sua ripresa, sempre di nuovo, attraverso lo smaltimento, quanto più è possibile veloce, del prodotto. L'informazione del quotidiano serve solo alla riproduzione del processo produttivo di informazione. Che l'informazione è per l'informazione non significa nulla di diverso del fatto che la produzione (di notizie come di qualsiasi altro prodotto) è per la produzione. Che è il modo di essere della produzione in questa forma sociale. E finché appartiene a questa forma sociale l'informazione è per la produzione.

Certo, in questa forma sociale c'è anche la complicazione, diciamo così, del controllo dell'informazione, che non è nulla di diverso dal controllo della produzione. Ed entrambe le cose fanno parte del complessivo controllo - da parte di quella che perciò risulta la "classe dominante" - della comunicazione: controllo della produzione-comunicazione di merci-messaggi e controllo della produzione-comunicazione di messaggi-merci. Ma a parte tale questione, certo di non poco conto, ciò che rende l'informazione del quotidiano asservita al ciclo produttivo è il meccanismo del consumo dell'informazione. La conseguenza è il sovrapporsi delle informazioni, il loro veloce reciproco soppiantamento, la loro cancellazione. Certamente esse devono stare al passo con i "fatti". E' dunque marginale e forse anche fuorviante la questione se l'informazione produca i "fatti". La questione è che essa certamente li consuma: Il perdurare di uno stesso "fatto" o la sua ripetizione non fa più notizia.

Perciò non può essere sottovalutato il ruolo che svolge il ciclo produttivo dell'informazione quotidiana nel ciclo riproduttivo delle crisi e delle guerre. E non può essere sottovalutato il ruolo del ciclo informativo nel perdurare dell'embargo contro l'Iraq, anche da parte dell'Italia (malgrado qualche commossa e commovente espressione governativa sulla opportunità di alleviare la popolazione irachena dall' embargo), per limitarci a questo fatto che qui ci interessa. Né va trascurato il ruolo del ciclo informativo nella dominante non percezione del genocidio di cui ci si rende responsabili e nella diffusa indifferenza che, raggiunto l'accordo di Bagdad, è seguito immediatamente all'attenzione per la notizia che portaerei, navi da guerra e aerei da combattimento stavano affluendo nel Golfo persico per un nuovo attacco all'Iraq; il cui dispiegamento spropositato avrebbe già dovuto far riflettere, indipendentemente dal fatto se la mobilitazione si sarebbe tradotta o meno in attacco armato.

Un rigraziamento a Andrea Catone e a Nico Perrone per avermi aiutato nella ricerca del materiale per questo articolo.