COMUNICARE L'UNIVERSITA'

 

 

Considerazioni sul documento Martinotti "Autonomia didattica e innovazione dei corsi di studio di livello universitario e post-universitario" di Augusto Ponzio

 1. "LA FILOSOFIA DELL' INTERVENTO".

 

L'università italiana presesenta una innegabile arretratezza rispetto allo sviluppo della comunicazione-produzione progettato per l'Europa Unita nel Libro bianco di Jacques Delors e successivamente considerato dalla Commissione Europea anche nelle sue implicazioni in sede di formazione e insegnamento in quanto investimento in capitale umano.La proposta Martinotti si impegna a sopperire a queste carenze inserendo studenti, docenti e personnale non docente dell'università nel processo della comunicazione funzionale allo sviluppo, alla competitività all'occupazione.

La proposta Martinotti inizia con una sezione intitolata La filosofia dell'intervento. Questa filosofia è la filosofia produttivistica dei testi della Commissione Europea sullo sviluppo, la competitività, l'occupazione, la formazione e l'insegnamento.

Ci sono tre livelli, si sa, dell'azione organizzata, sia essa individuale o collettiva: il programma, la programmazione, la progettazione. Un programma rientra in una programmazione e una programmazione rientra in una progettazione. A quest'ultima dunque bisogna guardare per comprendere il senso delle prime due. La progettazione dello sviluppo dell'Europa Unita ha oggi un organismo specializzato per tale compito: la Commissione Europea.

E' ai testi (i "libri bianchi" e "verdi") prodotti dalla Commissione Europea che i programmi e le programmazioni di innnovazione dell'insegnamento in Italia, sia nella scuola primaria e secondaria, sia nell'università, si ispirano più o meno direttamente. In particolare, fanno testo il libro bianco di Delors, Sviluppo, competitività, occupazione e il libro bianco Insegnare a apprendere. Verso la società conoscitiva. Sia nel Riordino del sistema scolastico. Documento di lavoro del Ministero della Pubblica Istruzione . Testo approvato dal Consiglio dei Ministri (1997), sia in Autonomia didattica e innovazione dei corsi di studio di livello universitario e post-universitario (Rapporto Guido Martinotti, 3 ottobre 1997) ritroviamo lo spirito e anche la lettera dei documenti programmatici sull'istruzione e la "formazione permanente" della Commissione Europea. La stessa tabella che regola l'attuale Corso di laurea in Scienze della formazione e secondo cui è stato riorganizzato l'ex-magistero rientra in questa stessa progettazione, avendo come conseguenza l'estromissione delle discipline umanistico-storico-letterarie dal pacchetto disciplinare in quanto "non formative", secondo il criterio della "formazione" prevista nella prospettiva della produttività, e il ridimensionamento del ruolo delle "pedagogie", soppiantate, nell'ambito delle scienze umane, dalle discipline sociologiche e di educazione degli adulti. E' una progettazione quella della Commissione Europea in linea con la comunicazione-produzione della forma sociale dominante, ormai mondializzta, sicché per quanto riguarda la formazione e in particolare l'offerta formativa universitaria non ci sono molte differenze, se non di grado, di portata e di realizzazione, negli obiettivi della formazione in Europa o in Canada o negli Stati Uniti o in Australia, ecc. Valga per tutti l'esempio dell'Università di Carleton di Ottawa (con cui l'università di Bari ha un rapporto di Cooperazione e di scambio fissato da una Convenzione promossa dall'Istituto di Filosofia del linguaggio) che, in preda a una budgeterismo parossistico che riguarda tutte le università dell'Ontario, ha chiuso i dipartimenti d'italiano, di tedesco, di spagnolo, di russo, di studi classici e si accinge a cancellare il programma di letteratura comparata.

Nella progettazione della Commissione Europea, al servizio del sistema di produzione ormai mondializzato, in cui lo scambio è in funzione della produzione divenuta fine a se stessa e in cui la massiccia presenza e necessità della comunicazione nella stessa fase produttiva "costituisce", come si dice nel Libro di Delors, "una trasformazione paragonabile alla prima rivoluzione industriale", la comunicazione-produzione diviene il fine di qualsiasi momento della vita sociale. Finalizzate alla comunicazione-produzione, l'istruzione, la formazione e la ricerca risultano "investimenti in capitale umano per accrescere la competitività", sono considerate in termini di "investimento immateriale", di "investimento nell'"intelligenza", di "valorizzazione" per il profitto della "risorsa umana" (v. Libro bianco Insegnare e apprendere).

L'uso di "immateriale" per caratterizzare ciò che riguarda l'intelligenza, la cultura, la formazione non va trascurato. Esso è espressione di una riduzione economicista del concetto di "materia", che contrappone struttura economica, materiale, e sovrastrutture, immateriali. L'umano non è una "risorsa", perché non è un mezzo, non ha valore strumentale: è un fine. Attribuirgli la funzione strumentale di incremento della "competitività globale" sul mercato mondiale è già di per se stesso svilente, ma lo diventa ancora di più quando di ciò si fa l'obiettivo dell'istruzione e della formazione.

"Sforzo di adattamento" è una formula ricorrente nel Libro bianco Insegnare e apprendere. Considerare l'istruzione e la formazione in termini di adattamento significa togliere loro il fondamento essenziale dell'atteggiamento critico. Essa è rivolta soprattutto ai giovani, con il ricatto dell'occupazione. Ma in un mondo caratterizzato - sono parole dello stesso libro bianco - dalla "universalizzazione degli scambi", dalla "globalizzazione delle tecnologie", dalla "mondializzazione della comunicazione", la realizzazione, tramite l' occupazione, delle "aspirazioni individuali" sarà una ben misera cosa e certamente non andrà molto lontano dalle esigenze previste dal consumismo e dalla omologazione dei bisogni e dei desideri, delle esperienze e delle conoscenze ad opera del mercato mondiale.

Sulle suddette premesse, quelle della filosofia o ideo-logica produttivistica, si basa la "Filosofia dell'intervento" (titolo del paragrafo I del documento) del testo Martinotti, redatto "in forma discorsiva e narrativa". La terminologia stessa appartiene a tali premesse, oltre che gli obiettivi. Carattere "fortemente innovativo" del processo che l'azione del MURST deve avviare; "principio di contrattualizzazione" che regoli lo scambio di prestazioni fra università e studenti nella prospettiva di un "lifelong learning"; "flessibilità didattica" con tappe intermedie (diploma triennale) e specializzazioni post-laurea nella prospettiva di una "formazione permanente" "universitaria e non universitaria", valutata con l'introduzione del sistema dei "crediti"; obiettivo della "mobilità" delle "risorse umane"; "differenziazione competitiva degli atenei"; "decisioni degli atenei in termini di offerta formativa", "differenziazione competiva" regolamentata per "evitare ridondanze e sprechi"; promozione, da parte del "sistema dei crediti", di "un buon grado di mobilità fisiologica e di ri-orientamento all'interno del sistema locale, nazionale e internazionale, oltre che con le attività di formazione extra-accademiche"; principio dell' "adattamento innovativo", a cui cercano di adeguarsi "tutti i sistemi europei di istruzione superiore"; l'"autonomia degli Atenei" non come fine, ma come mezzo per la "rimozione di ostacoli sulla via di una maggiore funzionalità" degli studi universitari; l'assegnazione all'università del compito di valorizzare il "capitale di istruzione accumulato" dai singoli e "misurato" in crediti didattici, crediti formativi e in crediti professionali.

2. I PRINCIPI ORGANIZZATIVI GENERALI

Il principio della contrattualità del rapporto studenti-ateneo colloca gli studi universitari nel processo di formazione permanente degli adulti e omologa il ruolo degli atenei a quello di qualsiasi altra azienda formativa extrauniversitaria. Gli studenti sono considerati quali "soggetti attivi adulti", vale a dire inseriti nella "formazione permanente per tutto l'arco della vita attiva" e l'ateneo come una delle agenzie del percorso formativo dell'adulto. L'ateneo propone la sua offerta formativa, competitiva rispetto ad altre offerte, consentendo accumulazione di "crediti" da utilizzarsi per tutto l'"arco della vita adulta, occupazione compresa".

Un altro "principio" del testo Martinotti è il Principio della diversificazione competitiva:. "Competitività" chiarisce il testo, facendo ricorso a una chiara forma di denegazione freudiana, non va inteso in senso economico. "La competitività in questo contesto non può avere il medesimo significato che gli si attribuisce nel linguaggio economico che regola i rapporti tra le imprese". Ma se l'obbiettivo è una formazione permanente universitaria ed extrauniversitaria sul mercato del lavoro, ciò vuol dire, se è vera la precisazione, che gli atenei sono competitivi solo in senso lato, non economico, e che sono le imprese ad essere effettivamente competitive, in senso economico, circa l'offerta formativa, o direttamente o indirettamente come sostegno economico e orientamento curriculare degli atenei. La precisazione del testo circa il doppio significato di "competitivo" tradisce il fatto che gli atenei possono essere competitivi solo fra di loro, ma non certamente competitivi con le imprese, il cui peso economico nel sostegno e nell'orientamento della formazione per tutto l'arco della vita attiva è quello che conta davvero e non può non farsi sentire nella competizione stessa degli atenei.

In ogni caso, non si può certamente dire che il significato economico di "competitivo" non centri, dato che con questo principio, cioè con la "diversificazione competitiva degli atenei", il testo Martinotti vuole "incoraggiare una scelta della sede in base a specifiche esigenze di formazione, piuttosto che la generica preferenza dell''università sottocasa'", come se questa scelta non fosse determinata soprattutto economicamente dalle possibilità di sostegno (dello studente adulto stesso se già inserito nel mondo del lavoro o della sua famiglia se ne dipende) in una università che non stia "sottocasa", che richiede evidentemente costi notevoli, con svantaggi e vantaggi (che sono soprattutto fra sud e nord) fra chi, per combinazione, ha proprio "sottocasa" l'università meglio rispondente alle esigenze della sua formazione.

Il principio della pluralità delle offerte, cioè di offerte formative diversificate, sia per chi si prepara ad entrare nel mondo del lavoro, sia che per soggetti già inseriti in esso, "giovani adulti" o "adulti anziani", che intendono aumentare i loro "crediti", rientra nella concezione dell'inserimento dell'università nel processo di formazione permanente funzionale alle richieste del mercato del lavoro. Si tratta del "sistema della formazione lifelong" (espressione ricorrente nel testo Martinotti) a cui l'università diventa interamente strumentale, per quanto riguarda la didattica certamente. (E per la ricerca? Il docente-che-ricerca, ammesso che l'attività di formatore glielo permetta, non fa parte pure lui del sistema di formazione lifelong? La sua stessa attività di studio a che gli serve, se non gli permette di accumulare crediti?).

Il principio delle pluralità delle offerte in risposta a diversi tipi di domanda formativa per tutto l'arco della "formazione lifelong" comporta, dice il documento Martinotti, "l'eliminazione dello status e dell'idea stessa di 'fuori corso'. E certamente sono tutti in corso, situati come sono sull'unico corso funzionale alla riproduzione del sistema di produzione, ciascuno ad un certo livello del corso di formazionelifelong, su una posizione diversa, e ciascuno valutato, a seconda dei crediti accumulati e delle competenze realizzate, in rapporto alla posizione che occupa in quella che la Commissione Europea chiama la "società conoscitiva". E' la società in cui "la posizione di ciascuno nello spazio del sapere e della competenza sarà decisiva" (Libro bianco Insegnare e apprendere), una società in cui i rapporti interumani dipenderanno dalle conoscenze e competenze di ciascuno, dal contributo delle competenze alla produttività e alla competitività globale. Tale previsione orwelliana, la riduzione dei rapporti umani a rapporti conoscitivi, cioè basati sulla posizione di ciascuno nell'ambito delle conoscenze e delle competenze, significa la negazione di ogni alterità rispetto all'identità funzionale alla comunicazione-produzione. La "società conoscitiva" è un nuovo impero con le sue periferie. Ciò vale anche all'interno dell'Europa stessa. Si sta formando una nuova forma di emigrazione europea (per ricerca di posti di lavoro e per qualificazione) ribattezzata "mobilità transnazionale" (di cui è facile prevedere le direzioni preferenziali) (v. il Libro verde della Commissione EuropeaGli ostacoli della mobilità transnazionale).

Il "principio della flessibilità curricolare" del testo Martinotti prevede l'adeguamento dell'offerta formativa ai cambiamenti repentini del mondo del lavoro, sicché gli atenei devono essere pronti, dice il testo, ad aprire nuovi corsi di studio ed altrettanto pronti a chiuderli "una volta che se ne rilevi esaurita l'utilità". L'offerta e la domanda formative creano e distruggono, a seconda delle esigenze del mercato e in considerazione dell'"utilità" (che non è, ovviamente, l'"utilità" nel senso "occupazioni socialmente utili" non richiesta dal mercato del lavoro) non solo i curriculi, ma anche i "contenuti disciplinari" dell'insegnamento. Le stesse metodologie didattiche devono seguire, dice il testo Martinotti, ciò che il mercato offre soprattutto in fatto di "nuove tecnologie comunicative".

Il principio della flessibilità curricolare rientra perfettamente nelle direttive della Commissione Europea che dedica particolare attenzione all'inventiva e all'innovazione (v. Libro verde sull'innovazione), ma ciò pur sempre nell'ottica del profitto, dell'"investimento immateriale" e assumendo come unico riferimento dell'innovazione il mercato. Il carattere innovativo del prodotto-merce viene fatto consistere nella sua capacità distruttiva di precedenti prodotti similari presenti sul mercato (il "premio di rottamazione" a carico dello Stato a vantaggio della produzione automobilistica fa parte di questa logica). Esempio di "innovazione radicale o di rottura" (nel Libro verde cit.): il compat disk rispetto al disco di vinile, che, con tutto l'apparato dello stereo, è stato reso obsoleto e inutile. Ben poco innovativa quest'idea di "innovazione", asservita com'è alla "ragion di mercato"!

"Il carattere distruttivo" (W. Benjamin) inerisce al meccanismo produttivo, come suo momento, passaggio obbligato. La produzione nella nostra forma sociale ha un carattere distruttivo non solo nei confronti del prodotto, nei confronti del mezzo di lavoro divenuto macchina automatica, nei confronti dei posti di lavoro, ma anche nei confronti dell'ambiente naturale, nei confronti del nostro proprio corpo, nei confronti della qualità della vita resa dipendente dal lavoro e ridotta all'alternanza tempo di lavoro / tempo libero (il tempo libero che il lavoro richiede come riposo e rinfrancamento, che il lavoro concede, e delle cui possibilità di impiego è sempre il lavoro a decidere), o svuotata e immiserita dalla mancanza di lavoro in quanto disoccupazione.

Il principio della veloce e facile creazione, distruzione e mutabilità dei curricoli, dei corsi di insegnamento e dei contenuti didattici si riflette sulla possibilità di impiego dei docenti a seconda delle esigenze degli atenei, sul loro spostamento da un corso all'altro, ossia è collegato, come si esprime il testo Martinotti, con il "principio della mobilità delle risorse umane" (i docenti). E, siccome questo principio può risultare in contrasto con quello della libertà di insegnamento, il testo in questione ritiene, come sempre si è fatto quando tale libertà si è voluta sopprimere, di gettare discredito su questo "principio" dicendo perentoriamente che "sotto il pretesto della libertà di insegnamento (il "sistema italiano") ha mascherato il più perverso intreccio di nicchie, privilegi e cattiva distribuzione delle risorse che abbia mai dominato un sistema organizzativo". E' questa una procedura discorsuale e operativa pericolosissima, contro la quale bisognerebbe subito reagire a difesa di conquiste che l'università italiana ha realizzato finora nei confronti del potere politico ed economico. L'altro espediente argomentativo contro il "pretesto della libertà di insegnamento" a cui il testo ricorre è quello della omologazione e allineamento con quanto avviene "all'estero", dato che si tratterebbe, in questo caso, di "una peculiarità del sistema italiano".

Tutto questo per giustificare la possibilità di utilizzo, "una utilizzazione piena ed efficace", dei docenti - in base alle necessità didattiche relative alla comparsa e scomparsa, "senza lunghe e defatiganti procedure", di nuove attività formative, di corsi di insegnamento, discipline, corsi di diploma e di laurea - a seconda delle "esigenze didattiche", per esempio, dell' "impiego dei docenti di corsi specialistici per sostenere lo sforzo didattico di corsi introduttivi e affollati", "anche solo temporaneamente" (la "temporaneità" qui non è certo un elemento rassicurante né tanto meno una garanzia per una didattica non improvvisata e per una ricerca non in funzione dell'accumulo di "crediti"). Come, evidentemente non lo è la "mobilità per limitati periodi di tempo", che andrebbe "stimolata", stando al testo, tra gli atenei, "anche ricorrendo ad accordi interateneo". Flessibilità curriculare e mobilità delle risorse umane non c'è dubbio che siano questi due buoni principi, ma a condizione che si ritenga che il fine dell'università debba essere quello di inseguire le esigenze della produzione e del mercato.

L'insegnamento diventa così subalterno alla ricerca di lavoro, alle richieste del mercato del lavoro. La subalternità dell'insegnamento al lavoro trasforma l'università in una scuola professionale, la inserisce "nel quadro del sistema integrato di certificazione delle competenze professionali". Si è lamentato, nel recente passato, l'abbassamento del livello dell'insegnamento universitario a quello liceale e si è parlato di "liceizzazione dell'università". Il testo Martinotti trasforma, perfettamente in linea con la progettazione della Commissione Europea, l'università in una scuola professionale, o meglio in uno dei momenti e dei fattori che possono intervenire nel complessivo processo della professionalizzazione. Nelle parole del testo, essa viene a situarsi "nel quadro di un sistema integrato di certificazione delle competenze professionali che riguarda sia l'università, sia gli altri settori del sistema formativo, sia lo stesso mercato del lavoro". L'insegnamento universitario deve essere "spendibile" nel processo di professionalizzazione in funzione del mercato del lavoro. Il criterio della "spendibilità" trasforma l'insegnamento universitario in mezzo di acquisto di "crediti" nella formazione in corso degli individui: sempre in corso, visto che si tratta di formazione lifelong, e anche perché è inquadrata nel "sistema integrato" di tutti i settori formativi, universitari e non. Lo status e l'idea stessa di "fuori corso", negli studi universitari - fuori corso sia nel senso di non incanalato e di non integrato, sia nel senso di non spendibile sul mercato, sia pure nei tempi lunghi previsti dal "sistema dei crediti" - sono (è un'espressione del testo) da "eliminare".

Tutto questo, che è il completo allineamento dell'Università nel corso di sviluppo progettato dalla Commissione Europea, a sua volta allineato con la logica dello sviluppo del nostro sistema di produzione e ad esso funzionale, viene fatto passare, dalla proposta Martinotti, per un processo affidato a un ampia "capacità di iniziativa" (è la libera iniziativa di quel fantasma che un certo impenitente neoliberismo non smette di fare aleggiare nella nostra forma sociale, cioè il fantasma del "libero mercato"); viene fatto passare per "trasformazione dell' insieme dell'istruzione superiore da un sistema dall'altro, basato su criteri di pianificazione a un sistema stimolato da iniziative dal basso".

Queste "iniziative dal basso" realizzate all'interno di ciascun ateneo vengono sottoposte a "monitoraggio e controllo dell'efficienza nell'auto-governo, dell'efficacia dei processi e delle qualità dei prodotti". E' il principio indicato nel testo Martinotti, come "principio della valutazione", valutazione "anche esterna" del buon funzionamento. In quella interna è prevista, la valutazione didattica da parte degli studenti, nell'"ottica di customer satisfaction, la quale valutazione, ovviamente, non può far altro che restituire nei criteri e nei risultati, priva del tutto com'è di una formazione critica di base, "pan per focaccia", facendo della "spendibilità" di ciò che è stato insegnato la propria unità di misura. Anche per la differenziazione competitiva degli atenei, diventa loro interesse, dice il testo, promuovere attività interne di valutazione e richiedere periodiche valutazioni esterne dei loro "prodotti e servizi formativi": "si pone pertanto l'esigenza di dare definizione istituzionale ed operativa ad un organismo di valutazione esterna". Ciò anche in rapporto all'adozione del "sistema dei crediti" che deve inevitabilmente fare riferimento ad un "accreditamento nazionale".

Il testo Martinotti prevede infatti la "graduale sostituzione di un valore formale del titolo di studio, assegnato a priori" con "un sistema di certificazioni a posteriori o accreditamento basato su tre criteri, valore culturale (?) del titolo proposto, sua rispondenza a esigenze sociali ed economiche e adeguatezza delle risorse messe a disposizione degli atenei". Basata su questi criteri la proposta dell'accreditamento nazionale a posteriori si commenta da sé soprattutto in fatto di promozione delle iniziative dal basso.

Vi sono due tipi di "crediti" "quelli didattici e quelli ottenuti con i titoli di studio (diploma universitario, laurea, scuola di specializzazione, dottorato). I "crediti didattici" non vengono introdotti dal testo Martinotti per la prima volta. Essi sono introdotti dalla legge n. 341/90, comma 2, art. 11. In base ad esso le strutture didattiche assegnano ad ogni insegnamento un credito che viene "riscosso" da studenti e studentesse con il superamento delle rispettive prove di esame fino alla totalizzazione della somma di crediti necessaria per l'ammissione all'esame finale del corso di studi. Come il testo Martinotti riconosce, "a sette anni di distanza dall'emanazione" questa legge "è rimasta pressocché inattuata". Perché? Il testo non se lo chiede, ma a dispetto della coerenza con il suo principio della "trasformazione dell'insieme dell'istruzione superiore da un sistema dall'alto, basato su criteri di pianificazione a un sistema stimolato da iniziative dal basso", fa di questa legge, "pressocché rimasta inattuata" dagli atenei, l'elemento portante della sua proposta in tema di "autonomia didattica e innovazione dei corsi di studio di livello universitario e post-universitario".