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Tesi per il futuro anteriore della semiotica
Programma di ricerca della Scuola di Bari-Lecce 1. Una teoria generale del segno deve evitare il glottocentrismo, ovvero l’assunzione del segno verbale come modello di segno in generale, e quindi l’assunzione della linguistica delle lingue verbali come scienza modello della semiotica. Il modello di segno generale su cui deve basarsi la semiotica non può essere costruito prendendo a modello il segno verbale, sulla base della fallacia dovuta al fatto che di qualsiasi segno possiamo trattare soltanto parlandone, cioè impiegando il segno verbale, trasponendo, traducendo verbalmente i segni. Bisogna prendere a modello, nella costruzione del paradigma generale del segno, il segno più refrattario alla traduzione verbale, il segno più resistente, più irriducibile, in questo senso più altro. Un segno che risponde a queste caratteristiche, con il suo relativo linguaggio, è il segno musicale, il linguaggio della musica, che si sottrae all’imperialismo della parola e che risulta quindi intrattabile da una semiotica glottocentrica.
2. La semiotica, pertanto, come teoria generale del segno deve essere una semiotica della musica, una semiotica che assume il segno del linguaggio della musica come termine di verifica del proprio effettivo carattere generale, della propria capacità di essere effettivamente una semiotica generale. Non si tratta di una semiotica applicata alla musica, ma di una semiotica costruita tenendo conto della semiosi che proviene dalla musica: in questo senso della musica è un genitivo soggettivo e non un genitivo oggettivo. Una semiotica alla musica, diciamo ancora, che prende, cioè, il sapore della musica, delle pratiche interpretative ed espressive della musica. La teoria generale del segno assume allora come sua condizione metodologica ciò che nella musica è essenziale: l’ascolto. La metodica della semiotica è una metodica dell’ascolto (v. § 25).
3. L’ascolto è un interpretante di comprensione rispondente, è il disporsi all’accoglienza e all’ospitalità, nella casa della semiotica, dei segni altri, dei segni altrui: talmente altri che generalmente li denominiamo nel complesso soltanto in forma negativa rispetto al verbale, e cioè segni non verbali. L’ascolto è la condizione di una teoria generale del segno in quanto semiotica dell’alterità.
4. Per quanto concerne l’estensione, la semiotica deve tendere ad essere globale. Da questo punto di vista un testo esemplare è Global Semiotics, l’ultimo libro di Thomas A. Sebeok, punto di arrivo di tutta la sua ricerca. La semiotica deve costruire una mappa generale che ci possa dire, quale che sia il terreno specifico e il percorso particolare cui siamo interessati nello studio dei segni: “voi siete qui”.
5. La semiosi è la forma o la “logica”, intesa come processo di formazione e regolazione, della vita; è esperienza del “concreto”, ossia esperienza del “concrescere”, del formarsi insieme del vivente e del suo ambiente, dell’essere/pensiero e del suo altro. Qualsiasi organismo vivente è infatti capace di mantenere la propria organizzazione attraverso uno scambio con l’esterno, entrando in relazione con altri esseri viventi. La bio-logica, pertanto, risulta essere una semio-logica. Il segno proietta verso ‘altro’; è una relazione, o un legame con ‘altro’: la semiosi è l’esperienza dell’alterità nel suo concrescere e manifestarsi insieme all’essere del segno. Così, la “semio-logica”, che è una “bio-logica”, si configura come dia-logica. In questo dialogo non scelto il soggetto adatta, piega, lavora, mette in tensione i suoi segni, li perde di mano: l’azione segnica è dunque una presa di posizione e uno spiazzamento, è una marcatura valutativa o ideologica. La “semio-logica”, allora, che è una “bio-logica” e una “dia-logica” si manifesta anche come ideo-logica. Si tratta, a ben vedere, di una specificazione della stessa forma o struttura fondamentale, cioè di una omo-logica: la forma della semiosi.
6. La semiotica deve prendere coscienza delle condizioni della sua esistenza, deve cioè porre il problema delle sue basi o dei suoi fondamenti. In ciò è costretta a guardare fuori di sé, alle sue condizioni non semiotiche, in cui emerge quella capacità formativa (sintattica) specifica dell’umano, che con Sebeok chiamiamo capacità di modellazione primaria, non verbale e non finalizzata alla comunicazione, o linguaggio.
7. Il parlare è il linguaggio-sintattica canalizzato nella sostanza semiotica verbale nel corso della storia dell’ominazione. Il linguaggio infatti può essere manifestato o concretizzato in modi diversi, attraverso sostanze semiotiche diverse. Ciò vuol dire che la semiosi verbale e la semiosi non verbale dell’umano presuppongono il linguaggio.
8. Il verbale non è il mero suono (o il mero sonoro, il mero acustico) che può derivare da una corporeità umana (ad esempio: il canticchiare a bocca chiusa) o da una corporeità non umana (ad esempio: il mare). La comunicazione acustica può essere vocale e non vocale: la vocalità (la voce) è un suono (ossia tutto ciò che è percepito da un udito) prodotto da corpi animati con strumenti naturali (bocca, labbra, denti, faringe, gola, polmoni); la non vocalità (la non-voce) è un suono prodotto dall’urto di corpi inanimati (come lo stormire degli alberi, il calpestìo dei piedi, il battere le mani) o dal loro uso (come il tambureggiare). La comunicazione o il sonoro vocale non è dunque necessariamente parola, o verbalità, così come il non verbale non è meccanicamente contrapposto al vocale o fonico. Il verbale è piuttosto legato al “linguistico” (v. § 15); è quindi una categoria dell’antroposemiosi. Il non verbale pertanto, che non esclude il sonoro, non indica l’assenza del linguistico bensì l’assenza della sua canalizzazione fonica. La parola è un’articolazione del sonoro vocale in tratti distintivi che però necessita di una specifica forma corporea come quella umana.
9. Le categorie della semiotica si correlano in opposizioni partecipative del tipo non marcato/marcato (Jakobson, Sebeok), ovvero estensivo/intensivo (Hjelmslev), che dicono di uno stare dell’estensivo nell’intensivo, di una ibridazione o di una degenerazione (Peirce) delle diverse pertinenze categoriali. E così la biosemiosi si estende nella zoosemiosi (polo intensivo della biosemiosi) e nell’antroposemiosi, e a sua volta la zoosemiosi si estende nell’antroposemiosi (polo intensivo della zoosemiosi); oppure, da altra prospettiva, l’iconicità partecipa dell’indicalità e della simbolicità, l’indicalità partecipa dell’iconicità e della simbolicità, e la simbolicità partecipa dell’indicalità e dell’iconicità.
10. La semiosi è pertanto un sincretismo che si dispiega e concresce (si concretizza) a seconda dei corpi o delle sostanze-materie che lo interpretano o lo catalizzano. Si tratta dell’inserimento di nuove entità nella tessitura semiotica, che viene in tal modo adattata a nuove esigenze: un processo di trasformazione da uno stato a un altro, provocato da un catalizzatore, quale può essere un contesto, un intertesto, una mutazione neuronale, anatomica, insomma un qualsiasi interpretante. La semiosi, dunque, viene a palesarsi come processo di manifestazione di implicazioni, di ipotesi interpretative (abduzioni). Ad esempio: un testo (segno) vocale può essere realizzato come (o può essere catalizzato o interpolato da) lallazione, canto, parlato, scrizione. Per effetto del sincretismo ogni produzione di senso ha fondamenti intersemiotici e intersemiosici.
11. La logica della partecipazione o dell’inclusione delle categorie semiotiche, sintetizzata nella formula A/A + non A, comporta l’adozione della metafora della rete a discapito di quella dell’albero (più consona alla logica dell’esclusione, sintetizzata nella formula A/non A) per rappresentare i fatti semiotici.
12. Il linguaggio-sintattica dice della capacità metaoperativa specifica dell’umano, ossia della capacità di agire anche in assenza di oggetti e di scopi (infunzionalità), di inventare, astrarre; dice della capacità di meta-semiosi che distingue l’umano dagli esseri viventi, capaci soltanto di semiosi. Il linguaggio è la condizione della semiotica o meta-semiosi, in quanto riflessione o ricognizione e descrizione della semiosi. A differenza della semiotica come meta-semiosi di cui dispongono tutti gli esseri umani, la semiotica come scienza si presenta come meta-semiotica (o meta-meta-semiosi). E se ogni individuo umano è un animale meta-semiosico, il semiotico, colui che fa scienza semiotica, è un animale metasemiotico (o meta-meta-semiosico).
13. Tutto il segnico umano è linguaggio. Il che vuol dire che tutte le procedure della comunicazione umana possono essere denominate a pieno titolo linguaggi, o interpretanti del linguaggio come congegno formativo (sintattica). Linguaggi sono le forme dell’antroposemiosi; non linguaggi sono invece e le forme di ciò che è fuori, intorno e dentro la semiosi umana.
14. Avendo come suo oggetto la semiosi, che è costitutiva di tutto il vivente, la semiotica ha per oggetto una espansione indefinita, illimitata, che indichiamo con il neutro semiosico o semiotico, che prende forma attraverso le diverse capacità di modellazione osservabili nelle varie forme di vita. La semiotica (meta-meta-semiosi) allora si propone come teoria dei sistemi di modellazione, ovvero come studio dei fenomeni semiotici come processi di modellazione. Il semiotico è un fenomeno sia biologico sia culturale (v. §§ 18-19).
15. Per ovviare alle ambiguità di “linguaggio” adoperiamo i termini ‘segnico’, o ‘semiotico’, suddividendolo in segnico (o semiotico) linguistico (i linguaggi), verbale e non verbale, peculiare dell’umano, e segnico (o semiotico) non linguistico (i non linguaggi) del vivente, ivi compreso il vivente umano.
16. Se ‘tutto il segnico umano è linguaggio’, lo studio di questa peculiarità costituisce – come dice Sebeok - “l’oggetto della linguistica, che è una delle più sofisticate e in parte formalizzate branche della semiotica”. La pertinenza della linguistica viene così ad allargarsi comprendendo sia la teoria delle lingue verbali sia la teoria dei vari linguaggi (della moda, delle merci, dello sport, del cinema, ecc.) e dei vari segni del vivente. La linguistica viene a occuparsi del segnico linguistico e del segnico non linguistico, diventa la teoria della semiosi nella sua globalità, o, hjelmslevianamente, la forma dei sistemi segnici, o, ancora, saussurianamente, semiologia; diventa meta-semiotica o meta-meta-semiosi (v. § 12). La linguistica (semiotica) si assume in questo modo il compito non soltanto dello studio delle condizioni generali di ogni forma semiotica (verbale e non verbale), ma anche della facoltà del linguaggio, coinvolgendone le basi biologiche.
17. Non c’è una formazione universale del contenuto (o del pensiero) e dell’espressione, ma solo “un universale principio di formazione” (Hjelmslev), o una capacità sintattica (o di modellazione) connaturata alla specie umana (Sebeok) e radicata nel bios, nella ‘cultura della natura’ (Prodi), appartenente cioè alla modellazione distaccata dall’azione usurante e fagocitante della lettura dell’ambiente prettamente biotica.
18. La semiotica, avendo come sua condizione il linguaggio, riconosce un fuori di sé o una materia da cui dipende. La materia è ciò che sfugge al segno e alla riflessione su di esso; essa è fisica e fenomenologica, è una pertinenza plurale: è materia bio-chimico-fisica, ma anche etnica, sociale, psichica, economica, politica, tecnica, è il senso o il pensiero stesso (Hjelmslev). Una materia non fisicalista nella cui pertinenza è compreso ciò che una concezione materialistica ingenua o volgare, fisicalista appunto, chiama ‘immateriale’. Concepire la materia in chiave non fisicalista vuol dire concepirla come materia signata, come corpo segnato e come segno incorporato. La materia segnica lavora e nel lavoro o come lavoro produce segni, senso, eccedenza semiosica o significanza, produce merci-segni e segni-merci.
19. Il linguaggio modella l’umano e la sua semiosi in cui matura la semiotica. L’antroposemiosi rientra nel più vasto campo della zoosemiosi, nel campo, cioè, del comportamento segnico degli animali in generale. Di conseguenza, l’antroposemiotica (studio dell’antroposemiosi) rientra nel campo di studio della zoosemiosi: la zoosemiotica. L’antroposemiotica può essere a sua volta ripartita in antropobiosemiotica e antroposociosemiotica. Nella prima rientra lo studio dei sintomi, oggetto della semeiotica medica, che riguardano l’uomo come organismo vivente; nella seconda rientrano i segni verbali, oggetto della linguistica delle lingue storico-naturali, della sociolinguistica, della psicolinguistica, e i segni non verbali della società.
20. Nella capacità formativa dell’umano s’intrecciano, in un intrico partecipativo, la modellazione iconico-indicale (attraverso cui le specie viventi organizzano, ciascuna in modo proprio e secondo la propria corporeità, l’input percettivo) e la modellazione astratta del simbolo. Il linguaggio, in altri termini, è il luogo dell’inclusione della relazione materiale (semiosi) dell’organismo vivente con l’ambiente e della relazione metamateriale (semiotica e meta-semiotica). Il linguaggio così inteso non è incluso nella coscienza umana poiché ciò che chiamiamo coscienza è il linguaggio stesso, e nasce e si sviluppa nel linguaggio.
21. Mentre gli animali non umani sono i loro congegni di modellazione, gli animali umani oggettivano i loro congegni di modellazione. Qui, “oggettivazione” indica le forme storiche e sociali in cui si esprime la natura umana. Tramite il linguaggio gli uomini sono in grado di riprodurre e progettare non soltanto le loro condizioni naturali di vita, ma anche le loro reciproche relazioni. Il linguaggio consente di oggettivare le relazioni umane, essendo a sua volta esso stesso implicato da tali realizzazioni. Da questa prospettiva il linguaggio è società: l’estensione materiale del linguaggio viene intensificata, o marcata, segnata, o manifestata/concretizzata come società. La “materia signata” diventa materia segnica sociale in cui prendono consistenza i valori sociali, campo di pertinenza della sociosemiotica.
22. La comunicazione ha la duplice accezione di comunicazione-produzione e di formazione o formatività. Nel primo caso è il sistema mediale che controlla il mercato delle notizie, delle idee, della politica e che detiene i mezzi di produzione e riproduzione della società, dell’economia e del consenso; vige una metodica monologica e la globalità è una globalità chiusa, escludente; la comunicazione è mondializzata in quanto aderente al mondo o a una certa progettazione sociale, politica, ideologica, economica; i segni sono funzionali al mondo così-com’è. Nel secondo caso è il lavoro della materia vivente in cui vige una metodica dialogica: la comunicazione è identificata con la vita nel senso che tutto ciò che vive comunica e comunica in quanto vive; la globalità è aperta, dinamica, incompiuta; i segni non stanno semplicemente per ma stanno contemporaneamente con qualcos’altro che in qualche modo sfugge alla loro rappresentazione, stanno nell’esperienza grande della vita di mondi infiniti.
23. La semiotica è perciò connessa alla responsabilità: l’essere umano, unico animale semiotico, è l’unico animale capace di rispondere dei segni e del suo comportamento segnico, di rispondere di sé, ed è quindi soggetto alla e della responsabilità. Il semiotico in quanto soggetto di metasemiotica è doppiamente responsabile: egli deve rispondere di sé e degli altri, e come semiotico globale deve rispondere dell’intera vita sul pianeta.
24. La semiotica è una scienza critica non solo nel senso di Kant, cioè nel senso che indaga sulle sue stesse condizioni di possibilità e sui suoi limiti, ma anche nel senso di Marx, come messa in discussione del mondo umano attuale, ritenendo che non è né unico né definitivo, come invece lo rappresenta l’ideologia conservatrice, ma soltanto uno dei mondi possibili, quindi suscettibile di confutabilità. Si tratta, per questa seconda valenza dell’istanza critica della semiotica, di un recupero del senso per l’uomo della produzione, del consumo e dello scambio segnici, di un recupero del senso del mondo e della vita.
25. In quanto global, in quanto meta-semiotica, in quanto critica (nel duplice senso appena delineato), in quanto doppiamente soggetta alla responsabilità, la semiotica deve preoccuparsi della vita sul pianeta, non soltanto nel senso conoscitivo, ma anche nel senso pragmatico di fare stare bene la vita. Sotto questo aspetto, essa recupera il suo rapporto con la semeiotica medica, che non è un fatto soltanto di ordine conoscitivo, di conoscenza storica delle proprie origini, ma anche di ordine ideologico-programmatico. Sotto questo riguardo, la semiotica è rivolta all’ascolto, all’ascolto questa volta – a differenza della teoria generale del segno su cui la semiotica si basa – non nel senso musicale ma nel senso della semeiotica medica. Essa deve mettersi in ascolto dei sintomi dell’attuale mondo della globalizzazione per individuarne i diversi aspetti del malessere (nei rapporti sociali, internazionali, nella vita degli individui, nell’ambiente, nella vita complessiva sul pianeta). Ciò con lo scopo di una diagnosi, di una prognosi, di una cura e di una profilassi, al fine di un futuro della globalizzazione e in contrasto con una globalizzazione votata alla sua autodistruzione.
26. Questo intero programma può essere indicato come la particolare tendenza della semiotica della Scuola di Bari-Lecce, che noi abbiamo deciso di chiamare semioetica.
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