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LE COSE DI BORGES (Jorge Luis Borges, da Elogio dell’ombra)
Un lettore
Vantino altri le pagine ch’ han scritto l’orgoglio mio è per quelle che ho letto. Filologo non sarò stato, non avrò investigato le declinazioni, i modi , il laborioso mutar di lettere, lad che si indurisce in t l’equivalenza di g e k, ma in tutti questi anni ho professato passione di linguaggio. Le mie notti son piene di Virgilio; aver saputo e scordato il latino è la sua acquisizione, ché l’oblio forma è della memoria, la sua vaga rimessa, l’altra segreta faccia di moneta. Quando si cancellarono nei miei occhi le vane apparenze amate, i volti e la pagina, a studiar presi il linguaggio di ferro che usarono i miei antichi per cantare solitudine e spade, e ora, attraverso ben sette secoli, da quell’ ultima Thule, fino a me la tua voce giunge, Snorri Sturloson. Dinnanzi al libro, chi è giovane s’impone una disciplina precisa e lo fa al fin d’ un sapere preciso; alla mia età ogni impresa è un’avventura cui confine è la notte. Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord, Non affonderò le mani ansiose nell’oro del Sigurd; quest’ opera cui attendo è illimitata e mi accompagnerà fino alla fine; dell’universo non men misteriosa e di me, l’apprendista.
Eraclito
Il secondo crepuscolo. La notte che affonda nel sonno. La purificazione e l’oblio. Il primo crepuscolo. la mattina che era stata l’alba. Il giorno che fu il mattino. Il molteplice giorno che sarà la sera consumata. Il secondo crepuscolo. Quest’altra veste del tempo, la notte. La purificazione e l’oblio. Il primo crepuscolo... Quest’ alba segreta e nell’alba l’inquietudine del greco. Che trama è questa del sarà, del sé, del fu? Che fine è questo per il quale corre il Gange? Che fiume è questo la cui fonte è inconcepibile? Che fiume è questo che trascina mitologie e spade? E inutile che dorma. Il fiume scorre Nel sonno, nel deserto, in una grotta. Il fiume mi rapisce, io sono il fiume. Fatto fui di labile materia, di misterioso tempo. Forse è in me la sorgente. Forse dalla mia ombra fatali e illusori, sorgono i giorni.
Il labirinto
Zeus non potrebbe sciogliere le reti di pietra che mi cingono. Ho scordato quegli uomini che fui; seguo l’odiato cammino di monotone pareti che è il mio destino. Dritte gallerie che si curvano in circoli segreti sul finire degli anni. Parapetti screpolati dall’usura dei giorni. Nella pallida polvere decifro temuti indizi. L’aria m’ha portato nei concavi tramonti un bramito o l’eco di un bramito desolato. Io so nell’ombra un Altro la cui sorte E’ stancare le lunghe solitudini che cotesto Ade intessono e disfanno. Brama il mio sangue e divora la morte. Noi ci cerchiamo entrambi. Almeno fosse l’ultimo giorno questo dell’attesa.
Labirinto
Mai ci sarà un’uscita. Tu sei dentro e la fortezza è pari all’universo e non ha né diritto né rovescio né muro esterno né segreto centro. Non sperar che il rigor del tuo cammino che in un altro, ostinato, si biforca, che in un altro, ostinato, si biforca, abbia fine. E’ di ferro il tuo destino, e il tuo giudice pure. Non aspettarti l’assalto del toro, uomo la cui strana plurima forma d’orrore ricolma l’intrico interminabile di pietra. Non esiste. Non c’è nulla d’attendere Neanche, al nero crepuscolo, la fiera.
Elogio dell’ombra
La vecchiaia (è questo il nome che gli altri hanno dato) può essere il tempo nostro più felice. E’ morto l’animale o quasi è morto. Vivo tra forme luminose e vaghe che tenebra ancora non sono. Buenos Aires, una volta lacerantesi in sobborghi dove sta la pianura incessante, avvolge ormai Recoleta, e Retiro quelle vie dell’Undici imprecise insieme alle precarie case vecchie che tutt’ora noi chiamiamo il Sud. Nella mia vita sempre son state troppe le cose: Democrito di Abdera si è strappati gli occhi per pensare; il tempo è stato il mio Democrito. Questa penombra è molle e non fa male; per un mite pendio va scorrendo e all’eterno somiglia. Gli amici miei non hanno volto, le donne son quello che furono negli anni ormai passati, i luoghi possono essere altri, non hanno lettere i fogli dei libri. Tutto questo dovrebbe impaurirmi, e però è una dolcezza, un ritorno. Delle genarazioni di testi che ha la terra, ne avrò letti ben pochi, quelli che leggo ancora nel ricordo, che leggo che trasformo. Dal Sud, dall’Est, dall’Ovest, dal Nord convergono le vie che mi han portato al mio centro segreto. E furono le vie echi e passi, donne e uomini, agonie e resurrezioni, e giorni e notti, assompimenti e sogni, ogni minimo istante dello ieri, e degli ieri del mondo, la salda spada del danese e la luna del persiano, gli atti dei morti, l’amore condiviso, le parole, ed Emerson, la neve, ed altre cose. Ora posso scordare. Al mio centro son giunto, all’algebra mia e alla mia chiave, al mio specchio. Presto saprò chi sono.
Le cose
Le monete, il bastone, il portachiavi L’agile serratura, i tardi appunti che legger non potranno i miei consunti dì; le carte, gli scacchi a cui giocavi, un libro e fra le pagine essiccata la viola, monumento di una sera di certo inobliabile e obliata; il rosso specchio a occidente in cui spera illusoria un’aurora. Quante cose, lime, soglie, bicchieri, chiodi, atlanti, ci servono come schiavi zelanti, discrete e tacite, cieche e ossequiose! Duran nel tempo che di noi s’oblia; non sapran mai che siamo andati via. |