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Comunicazione e produzione
di Augusto Ponzio
La comunicazione si presenta oggi come comunicazione mondializzata. Essa inoltre ha un carattere pervasivo: l'intera riproduzione sociale è comunicazione. La comunicazione non si esaurisce nel momento intermedio fra produzione e consumo, cioè la circolazione, lo scambio, il mercato, ma investe, permea, l'intero sistema di produzione. Della connessione comunicazione-produzione si rendono ben conto i testi programmatici della Commissione Europea (come Crescita, competitività, occupazione, noto come Libro bianco di Delors; Insegnare e apprendere: verso la società conoscitiva; Vivere e lavorare nella società dell'informazione: priorità alla dimensione umana), che considerano vitale il suo incremento per lo sviluppo della produzione e della competitività delle imprese europee, identificato con "il destino stesso dell'Europa". Negli scritti del 1975, Pasolini, affrontando il "problema italiano" in seguito al veloce inserimento dell'Italia nel sistema mondiale della comunicazione-produzione, evidenziava la sempre maggiore identificazione dei comportamenti, delle idee e persino dei desideri delle persone appartenenti a strati sociali diversi, in seguito all'omologazione della comunicazione, che ha nel consumismo la sua più vistosa espressione. Il dominio dell'identità è tale che ogni forma di rivendicazione è basato sulla identificazione: avere gli identici diritti di chi comanda, le identiche opportunità, l'identica vita, l'identica felicità di chi detiene il potere. Ciò crea un universo comunicativo in cui al massimo sono possibili alternative, ma in cui il meccanismo dell'identificazione, dell'omologazione esclude, diceva Pasolini, ogni alterità. A un mercato universale, corrisponde una comunicazione universale che esprime gli stessi bisogni, le stesse esigenze, gli stessi desideri, gli stessi immaginari. La comunicazione totale contiene qualsiasi cosa, qualsiasi merce (e bisogni e idee connesse) dagli organi umani alle armi "non-convenzionali", dalla droga alla guerra. La svolta segnata dalla Guerra del Golfo consiste nel ripristino dell'idea (e della pratica) che, dopo la seconda guerra mondiale, sembrava anacronistica della guerra come "mezzo giusto e necessario" di soluzione dei contrasti internazionali. L'accettazione dell'idea della guerra, nell'attuale sistema di comunicazione-produzione, è indispensabile alla produzione e circolazione della guerra a sua volta indispensabile alla produzione e circolazione di armi, all'industria bellica. Comunicare la guerra significa le due cose insieme.
Comunicazione e formazione. Ci sono tre livelli, si sa, dell'azione organizzata, sia essa individuale o collettiva: il programma, la programmazione, la progettazione. Un programma rientra in una programmazione e una programmazione rientra in una progettazione. A quest'ultima dunque bisogna guardare per comprendere il senso delle prime due. La progettazione dello sviluppo dell'Europa ha oggi un organismo specializzato per tale compito: la Commissione Europea. In una società, in cui lo scambio è in funzione della produzione divenuta fine a se stessa e in cui la massiccia presenza e necessità della comunicazione nella stessa fase produttiva "costituisce", come si dice nel Libro di Delors, "una trasformazione paragonabile alla prima rivoluzione industriale", la comunicazione-produzione diviene il fine di qualsiasi momento della vita sociale. Finalizzate alla comunicazione-produzione, l'istruzione, la formazione e la ricerca risultano "investimenti in capitale umano per accrescere la competitività", sono considerate in termini di "investimento immateriale", di "investimento nell' "intelligenza", di "valorizzazione" per il profitto della "risorsa umana"(v. Libro bianco Insegnare e apprendere). L'uso di "immateriale" per caratterizzare ciò che riguarda l'intelligenza, la cultura, la formazione non va trascurato. Esso è espressione di una riduzione economicista del concetto di materia, che contrappone struttura economica, materiale, e sovrastrutture, immateriali. C'è oggi un materialismo diffuso. La forma di produzione che ha nel consumismo il momento centrale di smaltimento del prodotto, quale condizione del proprio perdurare, è direttamente interessata alla diffusione di un materialismo vissuto, comportamentale. Si tratta di un materialismo che si coniuga con l'egoismo più miope e conservatore, con l'affermazione più accanita dell'identità, con l'omologazione più soffocante, con il realismo più radicale fino all'accettazione "realistica" della guerra (quando naturalmente è "giusta e necessaria" e "serve alla pace") con la rivendicazione dei propri diritti e il disconoscimento dei diritti altrui, con l'espulsione fino all'eliminazione, fino al genocidio, dell'alterità, ivi compreso il genocidio culturale, Bisognerebbe, contro la prospettiva della "valorizzazione del capitale umano" nel senso del valore di scambio e del profitto, decidersi di rivendicare al più presto e con forza, il diritto alla infunzionalità.. Il diritto alla vita, fino a quando non lo si colleghi saldamente con il diritto all'infunzionalità., resta dentro ad una visione dell'uomo come mezzo, ridotto a capitale che bisogna valorizzare "per tutta la durata della vita attiva", cioè capace di essere produttiva della riproduzione di questo sistema di produzione. Il diritto all'infunzionalità contrasta con l'umanesimo dell'identità, basato sui diritti dell'appartenenza. L'appartenenza è, per esempio, l'unico elemento, riconosciamolo, di differenza, che diventa discriminazione, fra disoccupato comunitario e disoccupato extracomunitario L'umano non è una "risorsa", perché non è un mezzo, non ha valore strumentale: è un fine. Attribuirgli la funzione strumentale di incremento della "competitività globale" sul mercato mondiale è già di per se stesso svilente, ma lo diventa ancora di più quando di ciò si fa l'obiettivo dell'istruzione e della formazione. Gli stessi "valori civici", che a titolo esornativo, la Commissione Europea non trascura di menzionare qua e là e per inciso quale ovvio compito dell'istruzione e della formazione, sono un'espressione di vuota retorica, oltre ad essere elemento di una contraddizione in termini nel loro rapporto con "competitività" e "concorrenza", se non sono connessi al diritto all'infunzionalità. E' significativo che nel Libro bianco su Insegnare e apprendere l'istruzione e la formazione vengano considerate come "vettori" di identificazione, di appartenenza, di promozione sociale dell'individuo, di sviluppo personale e di competitività. Sono i valori della comunità identitaria, complementare alla concezione del sociale come somma di autonomie individuali, di egoismi e interessi conflittuali, ovvero di quella che la Commissione europea chiama "società conoscitiva". E' la società in cui "la posizione di ciascuno nello spazio del sapere e della competenza sarà decisiva" (ivi), una società in cui i rapporti interumani dipenderanno dalle conoscenze e competenze di ciascuno, dal contributo delle competenze alla produttività e alla competitività globale. Tale previsione orwelliana, la riduzione dei rapporti umani a rapporti conoscitivi, cioè basati sulla posizione di ciascuno nell'ambito delle conoscenze e delle competenze, significa la negazione di ogni alterità rispetto all'identità funzionale alla comunicazione-produzione. Il rapporto con l'altro non è riducibile a un rapporto di conoscenza e a una divisione di ruoli nell'ambito delle competenze. Il rapporto con l'altro, nella sua alterità non relativa, è un rapporto di prossimità, cioè di intrico, di coinvolgimento non scelto, antecedente all' iniziativa di soggetto conoscitivo, e che rende meschino ogni alibi che voglia salvaguardare la responsabilità della buona coscienza. La "società conoscitiva" è un nuovo impero con le sue periferie. Ciò vale anche all'interno dell'Europa stessa, Si sta formando una nuova forma di emigrazione europea (per ricerca di posti di lavoro e per qualificazione) ribattezzata "mobilità transnazionale" (di cui è facile prevedere le direzioni preferenziali) (v. il Libro verde Gli ostacoli della mobilità transnazionale). "Sforzo di adattamento": è una formula ricorrente nel Libro Bianco Insegnare e apprendere . Considerare l'istruzione e la formazione in termini di adattamento significa togliere loro il fondamento essenziale dell'atteggiamento critico. Essa è rivolta soprattutto ai giovani, con il ricatto dell'occupazione. Ma in un mondo caratterizzato sono parole dello stesso libro bianco dalla "universalizzazione degli scambi", dalla "globalizzazione delle tecnologie", dalla "mondializzazione della comunicazione", la realizzazione, tramite l' occupazione, delle "aspirazioni individuali " sarà una ben misera cosa e certamente non andrà molto lontano dalle esigenze previste dal consumismo e dalla omologazione dei bisogni e dei desideri, delle esperienze e delle conoscenze ad opera del mercato mondiale. La commissione Europea dedica particolare attenzione all'inventiva e all' innovazione (v. Libro verde sull'innovazione), ma ciò pur sempre nell'ottica del profitto, dell'"investimento immateriale" e assumendo come unico riferimento dell'innovazione il mercato. Il carattere innovativo del prodotto-merce viene fatto consistere nella sua capacità distruttiva di precedenti prodotti similari presenti sul mercato (il "premio di rottamazione" a carico dello Stato a vantaggio della produzione automobilistica fa parte di questa logica). Esempio di "innovazione radicale o di rottura" (nel Libro verde cit.): il compat disk rispetto al disco di vinile, che, con tutto l'apparato dello stereo, è stato reso obsoleto e inutile. Ben poco innovativa quest'idea di "innovazione", asservita com'è alla "ragion di mercato"!
Comunicazione, migrazione, occupazione. Ma tale sistema di comunicazione totale non può includere la migrazione (e lo si vede sempre di più nei recenti fenomeni di intervento repressivo contro di essa). Diversamente dal fenomeno tradizionale della emigrazione, la migrazione non può essere resa funzionale al sistema della produzione ed assorbita in esso. Mentre tendenzialmente le frontiere devono aprirsi per la circolazione delle merci, devono chiudersi invece alla migrazione (accettandone al massimo soltanto quel margine minimo assimilabile alla emigrazione). I "migranti" rappresentano una parte di umanità irriducibile a lavoro-merce. La migrazione comporta un ostacolo alla universalizzazione del mercato, alla estensibili senza limiti della mercificazione. L'omologazione inerente allo "scambio eguale", si inceppa di fronte al fenomeno della migrazione. Un altro limite interno all'attuale sistema di comunicazione-produzione, "interno" perché da esso stesso prodotto, è la disoccupazione. Una volta che, nell'ambito del ciclo produttivo, la comunicazione, con l'automazione, con la telematica, è penetrata anche all'interno della produzione, l'occupazione si pone rispetto alla crescita-competitività in un rapporto inversamente proporzionale. Lo sviluppo della comunicazione (computerizzazione, telematica, automazione), estromettendo il lavoro umano sia dal settore del lavoro produttivo, sia nel terziario, è la causa principale. della disoccupazione e genera sacche di sottosviluppo all'interno dei paesi sviluppati stessi. Da questo punto di vista, disoccupazione e migrazione sono gli effetti di una stessa causa. Il Libro bianco Crescita, competitività occupazione cerca di risolvere il problema dell'occupazione proponendo di incrementare proprio ciò che la produce, cioè la crescita e la competitività. Entrambi esuberi, il disoccupato e il migrante, costituiscono un limite ineliminabile della possibilità di sfruttamento del lavoro libero. A questo accumunamento, a questa commistione, si contrappone la differenza del disoccupato in quanto avente i diritti di "comunitario", i diritti dell' dell'"appartenenza". C'è tuttavia un oggettivo processo di avvicinamento fra migrante e disoccupato, non più in base al vecchio internazionalismo reso possibile dall' astrazione del lavoro, ma al contrario proprio in base alla loro comune irriducibilità a tale astrazione, che permette un incontro fuori dall'identità, un incontro di alterità.
Prospettive altre Questa fase è caratterizzata da un' eccezionale estensione delle attività cognitive, soprattutto tramite i media computazionali. Assistiamo a un continuo e veloce superamento di competenze, mestieri, capacità professionali, specializzazioni. In seguito allo sviluppo odierno della comunicazione, le scienze si trovano nella condizione di non poter più conservare il loro carattere separato e frantumato della vecchia divisione capitalistica del lavoro. L'interdisciplinarietà e il superamento dello specialismo diventano esigenze e requisiti concretamente fatti valere nella realtà odierna della comunicazione. Tutto questo significa incontro di linguaggi diversi. Il dialogismo non è più soltanto una esigenza teorica o etica, è una necessità dell'odierna forma sociale di produzione. Contraddittoriamente il monologismo della comunicazione mondializzata, su cui tale forma sociale si regge, richiede l'incontro e l'interazione di linguaggi diversi, richiede il dialogo fra le più diverse logiche e visioni e pratiche linguistiche di costruzione del mondo, cioè non può fare a meno di reggersi su un' architettonica plurilinguistica e polilogica. Il "rischio di uniformazione culturale", che inevitabilmente il monologismo della comunicazione mondializzata comporta, passa, e noi siamo esattamente in questa fase di passaggio, attraverso un incontro dialogico di lingue e linguaggi, i più diversi. Di questo passaggio bisognerebbe approfittare se si vuole evitare questo rischio. D'altra parte, l'automazione mentre produce disoccupazione, contemporaneamente, con la riduzione del complessivo tempo di lavoro, promossa in funzione e del profitto e della competività, crea le condizioni di un incremento del tempo disponibile per il pieno sviluppo personale di ciascuno e per far sì che questo tempo disponibile, e non il tempo di lavoro, divenga la vera ricchezza sociale. Ma lo stesso lavoro sta subendo una metamorfosi. Come accade nel multimedia, simbolo di questa fase dello sviluppo della comunicazione-produzione, anche nel lavoro la linearità cede il posto alla interattività. La precedente organizzazione lineare e gerarchizzata del lavoro è soppiantata dalla compartecipazione, interattività, interfunzionalità, modularità, duttilità delle strutture a favore dell'innovazione e dell'inventiva. La divisione fra lavoro manuale e lavoro intelletuale viene meno con l'imporsi delle tecnologie digitali. Il "lavoro linguistico" e il "lavoro non linguistico", che non poco tempo fa si presentavano come due realtà distanti e separate a chi, come Rossi-Landi, ne cercava (verso la fine degli anni sessanta) connessioni e omologie, si sono congiunti nel computer. "Produttività", "competitività", "occupazione": a guardar bene, questi obiettivi risultano ben miseri, rispetto alla ricchezza dei mezzi che sono stati messi in campo per raggiungerli. Solo se si resta all'interno dell' "esperienza piccola", nell' ottica degli interessi di chi detiene il controllo della comunicazione, si può ritenere che questa ricchezza di mezzi non meriti di essere usata per qualcosa di meglio. |