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AUGUSTO PONZIO METAFORA E LOGICA POETICA IN VICO
Nell’attuale tipologia dei segni che risale a Charles Sanders Peirce, la metafora è un tipo di icona. La relazione iconica tra ciò che è interpretato, e che quindi, come interpretato, è segno, e ciò che lo interpreta, e che quindi come interpretante è anch’esso segno, può anche consistere nello stabilire un rapporto fra ciò che originariamente e naturalmente non si trova in rapporto. Un’icona è un segno — dice Peirce — che possiede il carattere che lo renderebbe significante anche se il suo oggetto non esistesse; esempio: un tratto di gesso che rappresenta una linea geometrica In quanto segno, l’icona si colloca su un percorso interpretativo, ma in essa il rapporto interpretato-interpretante non è passivamente conseguente a una convenzione (come accade per il segno che è fondamentalmente “simbolo”), né è dovuto all’azione del suo interpretante secondo una relazione di contiguità-causalità (come accade per il segno che è fondamentalmente “indice”). Non si tratta né di arbitraria convenzione, né di passiva rappresentazione, ma di creativa raffigurazione. Vico nei Principj di scienza scienza nuova osserva (444) che “con troppo di buona fede” è “stato ricevuto dai filologi che le lingue volgari significassero a placito”, cioè per convenzione. E fa notare che invece quasi tutte le voci si sono formate per “trasporti”, per traslati, che hanno avuto motivo dai sensi. Vico cita Aristotele: “Nihil est in intellectu quin prius fuerit in sensu”, cioè “la mente umana non intende cosa della quale non abbia avuto alcun motivo da’ sensi” (363). Le lingue hanno formato le voci per “trasporti”, per traslati, “e generalmente”, aggiunge Vico, “la metafora fa il maggior corpo nelle lingue appo tutte le nazioni” (444). Poi dice (ivi): Ma i grammatici, abbattutisi in gran numero di vocaboli che dànno idee confuse e indistinte di cose, non sappiendone le origini, che le dovettero dapprima formare luminose e distinte, per dar pace alla loro ignoranza, stabilirono universalmente la massima che le voci umane articolate significano a placito, e vi trassero Aristotele con Galeno ed altri filosofi […]. A proposito della attribuzione ad Aristotele da parte dei grammatici (“e vi trassero Aristotele”) della concezione del carattere convenzione delle lingue storiche, va fatto notare che a placito, per convenzione, è effettivamente il modo con cui generalmente è stata tradotta l’espressione katå sunyÆkhn di Aristotele (Della interpretazione, 2, 16a 19-29). Questa interpretazione passa per Ammonio e Boezio, che rende la formula aristotelica con ‘secundum placitum’ la si ritrova in Pietro Ispano. Come fa notare Lo Piparo (Aristotele e il linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2003, pp. 72-87 e passim) la traduzione ‘per convenzione’ dell’espressione di katå sunyÆkhn di Aristotele (secondo una lettura convenzionalistica che contrappone y°sei, “per posizione”, dunque “posto, stabilito arbitrariamente”, a fÍsei, per natura) privilegia solo un’accezione dell’espressione aristotelica, a discapito dell’altra, che è quella di composizione, combinazione, mettere insieme per creare qualcosa di nuovo, e che Lo Piparo chiama “sintattica o “composizionale”. Tenendo conto di questa seconda accezione, ciò che viene tradotto con ‘significativo per convenzione’ dovrebbe essere tradotto con ‘significativo per composizione’: “voce significativa per composizione”, katå sunyÆkhn (Dell’interpretazione, 2, 16 a 19-29), sunyetÆ (Poetica, 1457 a 10-12). Il che, in Aristotele, renderebbe senz’altro conto del carattere metaforico, creativo, iconico del linguaggio verbale. La metafora è, dicevamo, un tipo di icona; ed è una modalità espressiva che attraversa tutto il linguaggio verbale e lo collega con il non-verbale attivando, nella significazione, percorsi interpretativi che, come nell’inferenza di tipo abduttivo, mettono in rapporto settori anche molto lontani tra loro nella rete segnica. Con Vico, si chiarisce una volta per tutte che la metafora non è riducibile a una figura retorica, mero rivestimento decorativo rispetto al “nucleo del significato”, al presunto significato “semplice e letterale”. Essa si presenta come il luogo stesso della generazione del senso. Il contributo di Vico sotto questo riguardo è particolarmente rilevante. Come per l’inferenza abduttiva, la capacità conoscitiva della metafora dipende dal tipo di similarità (semplice e superficiale analogia oppure rapporto strutturale e/o genetico di omologia) in base al quale si stabilisce un collegamento fra cose diverse. Il significato si realizza e si sviluppa attraverso la metafora, attraverso rapporti di “interinanimation” (inter-rianimarsi reciproco delle parole). La metataforicità entra in gioco nel parlare anche quando non ce ne accorgiamo. Potremmo distinguere fra percorsi interpretativi metaforici già tracciati e abitualmente e automaticamente praticati dal parlante, tanto che ci pare di avere a che fare con il significato semplice, “letterale”, e percorsi metaforici che si fanno immediatamente riconoscere come tali per la carica di inventiva, creatività e innovazione provocata, come nell’abduzione, dall’accostamento di interpretanti distanti in maniera del tutto nuova e inaspettata Certamente il linguaggio verbale assume una particolare importanza quando si voglia comprendere come funziona la mente umana. Di ciò Vico si rende ben conto. Il compito che si si propone oggi la cosiddetta “linguistica cognitiva” è appunto questo. Il suo obiettivo principale è capire il funzionamento del pensiero umano, particolarmente come si formano i concetti nella mente umana. Sotto questo riguardo, come già in Vico, una particolare attenzione viene dedicata a quel particolare tipo di icona (secondo la classificazione di Peirce del segno in icona, indice e simbolo, a cui abbiamo fatto riferimento) che è la metafora. Ma la linguistica cognitiva non riesce ad andare al di là della constatazione empirica che la base tanto della comunicazione verbale quanto dell’espressione simbolica in generale è data da interconnessioni metaforiche che caratterizzano il pensiero umano. La “logica poetica” di Vico può essere un importante punto di avvio quando si voglia invece spiegare teoricamente sia la presenza, sia il funzionamento del pensiero associativo-metaforico nella formazione dei concetti. “Di questa logica poetica”, scrive Vico nel capitolo secondo della Scienza nuova intitolato “Corollari d’intorno a’ tropi, mostri e trasformazioni poetiche“, “sono corollari tutti i primi tropi, de’quali la più luminosa e, perché più luminosa, più necessaria e più spessa è la metafora […] (404). La questione riguarda la piena comprensione del ruolo decisivo dei tropi e in particolare della metafora nel pensiero, nella comunicazione verbale e in generale nell’espressione simbolica. Questa “figura” del discorso, questa forma del “linguaggio figurato”, questa modalità associativa a torto ritenuta per molto tempo un espediente teorico o un abbellimento poetico, è centrale nel pensiero-linguaggio umano. Nel Traité des Tropes di César Chesneau Du Marsais si ritrova questo stesso riconoscimento: quelle specie di figure che sono i tropi – e “figure”, egli fa notare, è già “una metafora”, sono tutt’altro che modi di parlare lontani da quelli naturali e ordinari; al contrario, “non vi è nulla di più naturale, ordinario e comune, nel linguaggio umano, delle figure”, le quali, egli dice — facendo anch’egli come Vico riferimento al carattere immediatamente percettibile dei tropi — hanno, come le figure dei corpi, delle forme particolari che le rendono immediatamente individuabili e distinguibili. Dice Dumarsais, anziché essere le figure del discorso ad allontanarsi dal linguaggio ordinario umano, sarebbe invece la maniera di parlare senza figure ad allontanarsene, ammesso che sia possibile fare un discorso che non abbia delle espressioni figurate. È notevole la vicinanza delle considerazioni di Rousseau sui tropi, nel Saggio sull’origine delle lingue a Vico, su cui si era già soffermato Cassirer nella Filosofia delle forme simboliche, e che è stata fatta oggetto di discussione da J. Derrida in De la grammatologie. Poiché i primi motivi che fecero parlare l’uomo furono passioni, le sue prime espressioni furono tropi. Il linguaggio figurato fu il primo a nascere, il senso proprio fu trovato per ultimo. Certamente la semiotica nella linea di sviluppo in cui si collocano le ricerche di Locke e di Peirce e più recentemente quelle di Charles Morris, di Roman Jakobson e di Thomas Sebeok contribuisce alla spiegazione di fondo del funzionamento del pensiero associativo-metaforico nella formazione dei concetti. Il ruolo di Vico nell’ambito della semiotica novecentesca, cioè nella scienza o teoria o disciplina che si occupa dei segni, è ben evidenziato da Sebeok (Some Reflections of Vico in Semiotics, 2000). La metafora è il motore del ragionare umano, che non consiste nel mero rappresentare gli oggetti (modellazione indicazionale) ma nella loro raffigurazione (modellazione propria del linguaggio e dei sistemi di modellazione su di esso basati, vale a dire quelli (“secondari”) delle lingue, e quelli (“terziari”) dei sistemi culturali propri della specie umana, capaci di processi simbolicamente strutturati altamente astratti. Da parte della linguistica stessa non possono venire spiegazioni di ordine teorico perché quella più avanzata teoricamente, con pretese anche di “filosofia del linguaggio”, vale a dire la teoria generativo-trasformazionale chomskiana, è completamente sorda nei confronti della questione della metafora, che essa può considerare soltanto come un fenomeno aberrante. Si comprende allora la necessità avvertita da M. Danesi di richiamarsi a Vico e alla sua “scienza nuova”, dato che in essa la metafora viene considerata come il meccanismo principale della formazione dei concetti. Danesi circoscrive la questione del rapporto di Vico con lo studio dei segni a quello con la linguistica, con particolare attenzione al suo più recente orientamento, la linguistica cognitiva. Ma non si tratta semplicemente dell’evidenziazione di una somiglianza o del riconoscimento di una precedenza. La riflessione vichiana può contribuire alla collocazione delle attuali ricerche in linguistica in un quadro teorico che permetta di spiegare i processi associativi-metaforici caratteristici del pensiero e del linguaggio, cioè della modellazione specie-specifica dell’essere umano. La nozione vichiana di “logica poetica”, secondo cui la mente umana è predisposta a intuire e a esprimere le cose sinteticamente e olisticamente, si presenta, da una parte, come una vera e propria alternativa al modello chomskiano, alla “linguistica cartesiana”, e, dall’altra, sia come pienamente concordante con le attuali ricerche della linguistica cognitiva e della neuropsicologia, sia come perfettamente in sintonia con l’orientamento attuale della semiotica e della sua teoria della modellazione. La mente umana si muove tra i significati e i concetti nella modalità che Danesi indica come “fantasiosa navigazione mentale” all’interno di una rete di percorsi interpretativi fatta di collegamenti associativi che a loro volta rientrano in quel complesso sistema o “macro-rete” che comunemente chiamiamo “cultura”. S’intravede a questo punto l’inadeguatezza o insufficienza per spiegare il comportamento del pensare e del parlare, cioè la capacità di verbalizzazione e di ragionamento, tanto della nozione di competenza linguistica (Chomsky), tanto di quella di “competenza comunicativa” (in contrasto o a completamento della teoria chomskiana): entrambe queste competenze rientrano in una organica competenza concettuale, che consiste, nell’abilità di metaforizzare un concetto appropriatamente, di selezionare le strutture e le categorie linguistiche che riflettono appropriati domini concettuali e di sapersi muovere attraverso i appropriati campi di discorso e domini concettuali. La vera “creatività linguistica” sta nel formare nuove associazioni metaforiche, nel proporre nuove combinazioni conoscitive, nell’inventare nuove raffigurazioni. Non è questa una prerogativa di poeti, scienziati, scrittori, ma una capacità che, per fantasia, ingegno e memoria, come diceva Vico, possiede ciascuno di noi in quanto, capace di associazioni metaforiche. Si tratta della modellazione primaria che Thomas Sebeok chiama “linguaggio”, che costituisce la base preliminare del comportamento simbolico umano, cioè è elemento strutturalmente costitutivo dei sistemi primari, secondari e terziari di cui l’uomo è capace. Il carattere associativo del linguaggio verbale e del pensiero fa sì, che a differenza di quanto proponeva il modello cartesiano di soggetto pensante, si possa dire con Peirce che “to guess”, il “tirare a indovinare”, sia la caratteristica del ragionamento che è tanto più capace di inventiva e di innovazione, quanto più tenta rischiosamente associazioni fra termini lontani, appartenenti a campi diversi e non limitrofi della macro-rete della sua cultura. Circa la riflessione sul ruolo della metafora nel pensiero e nel linguaggio vanno ricordati i lavori pubblicati verso fine dell’Ottocento e i primi del Novecento sulle “figure del discorso” da parte di Victoria Welby e Giovanni Vailati. Victoria Welby, che tenne con Peirce un importante epistolario (alcuni dei più innovativi scritti di Peirce fanno parte di esso), lavorò intorno alla teoria del significare da lei denominata con un neologismo Significs. Nei suoi libri What is Meaning (1901 [seconda ed. 1903]), Significs and Language (1911), e negli articoli Meaning and Metaphor (1893) Sense, Meaning and Interpretation (1896) considera la metafora come aspetto vitale del pensiero e del linguaggio verbale, la cui caratteristica principale è, come Welby dice, la “plasticità” o “duttilità”. Anziché ritenere il “figurato” come ciò che deve essere represso o “letteralizzato” e anziché considerare le immagini e le analogie come sbiadite e indistinte astrazioni o come puri espedienti retorici, si tratta secondo Welby di liberarsi dall’illusione del “significato puro e semplice”, del “diretto” potersi riferire a “puri fatti” e di avviare una riflessione scientifica sul necessario uso della metafora nel pensiero e nel discorso in modo da accrescerne il valore strumentale per il ragionamento, la conoscenza e la comunicazione. Giovanni Vailati — insieme al suo amico e collaboratore Mario Calderoni, in diretto rapporto con Victoria Welby, dalla cui ricerca, come pure da quella di Peirce, trasse indicazioni sul suo lavoro di riflessione su questioni di logica e di significato nell’ambito del discorso ordinario e in quello scientifico — si rese anch’egli conto della necessità di una riflessione sul funzionamento della metafora. Nell’articolo del 1905 I tropi della logica, occasionato dal libro di Welby What is Meaning?, Vailati prende in esame le metafore impiegate per parlare del ragionamento stesso, delle stesse operazioni logiche. Anche quando parliamo del discorso e del pensiero siamo legati a metafore da cui dipende il nostro modo di intendere le operazioni linguistiche e logiche. Egli distingue in queste metafore tre tipi di immagini: 1) appoggio o sostegno (come quando si parla di conclusioni “fondate”, “basate”, “che dipendono”, “che si riattaccano”); 2) contenere o includere (conclusioni “contenute” nelle premesse) ; 3) salire o scendere (“ne discende”, conclusioni che “risalgono” a determinati principi). Vailati mette in discussione questi tipi di immagine per descrivere il ragionamento facendo notare il loro collegamento con una visione gerarchica (basarsi, poggiare, essere fondato su) o di mera distribuzione di certezze racchiuse (nelle premesse) che devono essere semplicemente esplicitate. Per descrivere il rapporto tra i concetti come rapporto associativo-metaforico, Vailati osserva che “bisognerebbe semmai parlare di attrazione e sostegno reciproco. La diffusione della certezza è bidirezionale, non unidirezionale”. Vailati non usa il termine peirciano “abduzione”, ma parla di uno “particolare tipo di deduzione” di cui si serve il pensiero e che ha permesso alla scienza moderna il suo attuale sviluppo. In questo “particolare tipo di deduzione” le proposizioni prese come punto di partenza sono, dice Vailati, in Il metodo deduttivo come strumento di ricerca, “più bisognevoli di prova di quelle a cui si giunge”, sicché sono queste ultime che “devono comunicare alle prime congetture fatte la certezza che attingono dalla verifica sperimentale”. Si tratta di una particolare forma di deduzione sulla base di supposizioni, di congetture, di ipotesi, della “deduzione come mezzo di anticipazione dell’esperienza” e che, a differenza della deduzione vera e propria, “spinge a conclusioni non sospettate”. In questo nuovo tipo di deduzione, ossia nell’abduzione, osserva Vailati, si stabiliscono rapporti di somiglianza che non sono immediatamente dati tra le cose, individuando analogie tra dati che sembrano, all’esperienza immediata, non avere tra loro alcuna relazione. Ciò permette, dice Vailati, “un avanzamento delle nostre cognizioni” al di là di ciò che l’induzione può offrirci, ed in tal modo, per effetto della deduzione di tipo ipotetico — o abduzione — “noi diventiamo atti a scoprire, tra fatti apparentemente diversi, delle intime analogie, che l’osservazione immediata sarebbe incapace di rivelarci”. Vico insiste sul rapporto tra logica poetica e la connessa “metafisica fantasticata” da una parte e la corporeità dall’altra, quella del corpo umano stesso prima di tutto. Quello è degno d’osservazione: che ‘n tutte le lingue la maggior parte dell’espressioni d’intorno a cose animate sono fatte con trasporti del corpo umano e delle sue parti e degli umani sensi e dell’umane passioni (405). Come diranno Voloπinov e Bachtin negli scritti del 1926-30) ora raccolti in Linguaggio e scrittura, il corpo umano è il materiale primario dell’attività manipolativa e segnica: ciò comporta il primato del gesto e della voce, prima ancora che quest’ultima diventi linguaggio fonico articolato e comporta anche il carattere di estensione del corpo proprio (Leib) che assumono gli strumenti di lavoro. Rispetto al corpo proprio la realtà materiale esterna, sia nella sua funzione segnica, sia in quella strumentale, sono una sorta di materiale secondario, che presuppone il riferimento al corpo umano stesso. Vico cita tutta una serie di “trasporti”, di traslati del corpo proprio per indicare oggetti esterni: “bocca” per qualsiasi apertura, “labro” per orlo di vaso o altro, “ barbe”, per radici, “”lingua” di mare, “braccio” di fiume, “cuore”, per parte centrale, “viscere”, della terra, “ridente” riferito a prato, il “mormorare” delle onde, ecc. Ogni metafora, dice Vico, è una sorta di “piccola favoletta”, sicché il logos è primariamente una connessione di ordine metaforico, una traslazione, una favola prima di essere “favella”, e “favella poetica” prima di essere concetto (v. 401). Vico si serve della metafora stessa per parlare di questa “favella poetica” che si avvale delle metafore a guisa di piccole favolette che diventa logos, ragionamento, discorso: La favella, com’abbiamo in forza di questa logica poetica meditato, scorse per così lungo tratto dentro il tempo istorico, come i grandi rapidi fiumi si spargono molto dentro il mare e serbano dolci l’acque portatevi con la violenza del corso (412). E il corpo umano, nel réseau du récit, prodotto dalle figure della logica poetica, nel testo, nel tessuto, nella rete semiotica costruita da traslazioni narrative, dalle “piccole favolette” metaforiche, il corpo proprio, vissuto, è parte centrale. Nel paragonare la creatività della logica poetica con la creatività divina, Vico indica la specificità della prima sulla base del suo carattere materiale e corporeo: l’umano “gioco del fantasticare” per usare un’espressione di Peirce, diventata titolo di uno dei libri di Sebeok, prende l’avvio da una “corpolentissima fantasia”: In cotal guisa i primi uomini delle nazioni gentili, come fanciulli del nascente gener umano, dalla loro idea criavan essi le cose, ma con infinita differenza però nel criare che fa Iddio: perrocché Iddio, nel suo purissimo intendimento, conosce e, conoscendole, cria le cose; essi, per la loro robusta ignoranza, il facevano in forza di una corpolentissima fantasia, e, perch’era corpolentissima, il facevano con una maravigliosa sublimità, tal e tanta che perturbava all’eccesso essi medesimi che fingendo le si creavano, onde furon detti “poeti”, che lo stesso in greco suona “criatori” (376). L’idea che l’uomo sia stato fatto da Dio a sua immagine e somiglianza non può che riguardare la caratteristica specie-specifica fondamentale dell’uomo, cioè il linguaggio. Linguaggio qui non significa linguaggio verbale. Il carattere specie specifico dell’uomo è il suo essere dotato di un congegno di modellazione capace, a differenza di quello delle altre specie animali, di inventare più mondi, E di esso l’uomo è dotato fin dal suo apparire nella sua particolare nicchia evolutiva; ed è tale specifico congegno di modellazione che ne permette l’evoluzione fino ad essere capace di voce articolata, ad essere capace di parlare, fino a divenire Homo sapiens e Sapens sapiens. Sebeok chiama “linguaggio” (language) la specifica capacità umana di modellazione caratterizzata del “gioco del fantasticare”, e lo distingue dal “parlare” (Speech): si tratta del linguaggio originariamente muto, che modellando mondi permette il realizzarsi in essi della comunicazione e che sta alla base delle differenti lingue. È la “lingua mutola” di cui parla Vico: “le prime nazioni gentili tutte” sono state “mutole ne’ loro incominciamenti” e “dovettero spiegarsi per atti o corpi” (434). Quella che Vico chiama “lingua degli dei” fu quasi tutta muta, pochissima articolata; la lingua degli eroi, mescolata egualmente e di articolata e di muta […]. La lingua degli uomini, quasi tutta articolata e pochissima muta” (446). Faremmo torto ai sordomuti, se dicessimo che l’uomo è l’animale che parla. Il fonocentrismo tuttavia, come la gran parte delle altre forme di discriminazione, è duro a morire. L’uomo è l’animale dotato di linguaggio, dotato, potremmo dire di “logica poetica” in quanto procedura di modellazione specie-specifica dell’uomo. Il linguaggio è, come “facoltà”, più precisamente un congegno di modellazione. Tale specifica capacità di modellazione sta sia alla base del linguaggio verbale, che concretamente esiste soltanto nelle diverse lingue e nei diversi linguaggi verbali di cui esse si compongono, sia alla base dei linguaggi non verbali (il linguaggio gestuale, pittorico, fotografico, musicale, ecc. che, in accordo con la distinzione riscontrabile in alcune lingue, come l’italiano e il francese, tra lingua e linguaggio (langue e langage) vengono appunto denominati “linguaggi”. Le lingue e i linguaggi non verbali dipendono dalla facoltà di linguaggio propria dell’essere umano. Al tempo stesso il linguaggio, come modellazione pre-verbale sta alla base dell’attività manipolativa dei linguaggi verbali e non verbali. La produzione di artefatti e la trasformazione di oggetti materiali in segni procedono di pari passo (anche sul piano filogenetico, cioè nel processo di ominazione). E, come abbiamo visto, se esse presuppongono il linguaggio come modellazione primaria, l’elemento centrale di tale trasformazione, Vico lo sottolinea, è il corpo umano. La mancanza di distinzione fra “linguaggio” e “linguaggio verbale” dà luogo, in chi come Liebermann cerca di spiegare l’origine del linguaggio impiegando concetti della teoria chomskiana, a forme “di riduzionismo psicologico”, secondo il quale “complessi processi antropogenici vengono riassunti nello sviluppo lineare di certe capacità cognitive, descritte per giunta nel linguaggio della sintattica tradizionale”. Secondo la teoria della modellazione di Sebeok, il linguaggio (il sistema primario di modellazione della specie Homo) è apparso e si evoluto per adattamento molto prima del parlare nel corso dell’evoluzione della specie umana fino all’Homo sapiens. Il linguaggio non fu in origine un congegno comunicativo. Anche Chomsky ha sostenuto il carattere non essenzialmente comunicativo del linguaggio, ma dicendo “linguaggio” Chomsky vuol dire “linguaggio verbale”, “parlare”, ciò che Sebeok chiama “speech”. Per Sebeok invece il linguaggio verbale ha, fin dalla sua apparizione per adattamento, una specifica funzione. comunicativa. La teoria del linguaggio verbale di Chomsky non tiene conto della differenza tra linguaggio e linguaggio verbale, e senza questa differenza non è possibile spiegare adeguatamente né l’origine, né il funzionamento del linguaggio verbale. Dal linguaggio derivano le altre peculiarità dell’essere umano, come la “creatività”, la capacità di inventiva e di innovazione, di composizione, scomposizione e ricomposizione, il carattere semiotico della sua semiosi, cioè la capacità di metasemiosi, di impiegare i segni per riflettere sui segni, e dunque la capacità di presa di coscienza con la conseguente condizione di “condanna” alla responsabilità. La vocazione divina dell’uomo, che è sua propria, sta in queste sue peculiarità, in cui consiste l’umano, e che gli appartengono in quanto essere capace di linguaggio. Il linguaggio, in tal senso, è una capacità specie specifica dell’uomo: sul piano filogenetico, già dell’homo abilis (muto), prima che l’homo sapiens impiegasse il parlare per comunicare; sul piano ontogenetico, già “in dotazione” dell’infante, benché in-fans, non parlante; sul piano patologico, in possesso da parte del sordomuto, per quanto incapace di utilizzare il mezzo comunicativo del parlare. Si potrebbe dire che al cane più bravo a farsi capire non manca solo la parola, come generalmente si dice; manca in primo luogo il linguaggio. È al sordumuto, il quale non per questo è privo della capacità di linguaggio, che manca solo la parola. Se, come avviene nella divertente scenetta immaginata da De Mauro, due nostri antenati preistorici potevano lamentarsi per la nuova invenzione del parlare e dei suoi “inconvenienti” (De Mauro non si chiede con che mezzo lo avrebbero fatto) è perché dotati di linguaggio e, sulla sua base, di altri mezzi comunicativi rispetto al parlare. La questione dell’origine del linguaggio verbale è stata generalmente sottovalutata dalla comunità scientifica come non degna di discussione a causa delle soluzioni gratuite e infondate a cui esso ha dato luogo (una delle eccezioni sotto questo riguardo è costituita dal libro di Giorgio Fano, Origini e natura del linguaggio (1972). Sebeok ha riproposto questo problema riprendendo il concetto di “modellazione” della scuola di Mosca-Tartu. Vico già offre la corretta impostazione di questo problema. Non solo, ma sposta l’attenzione su ciò che potremmo chiamare “l’enigma di Babele”, cioè la questione della molteplicità delle lingue. Perché molte lingue e non una, come invece un’origine per convenzione, ad palacitum e soprattutto per derivazione da una stessa grammatica universale, come ritiene Chomsky, farebbero pensare? Dice Vico: Ma pur rimane la grandissima difficultà: come, quanti sono i popoli, tante sono le lingue volgari diverse? (445). La molteplicità delle lingue (e il “plurilinguismo interno” ad ogni lingua) – che malgrado l’insistenza sul “carattere creativo del linguaggio” (verbale), la linguistica di Chomsky, che fa ricorso al presupposto di una innata (cartesianamente e biologisticamente) Grammatica Universale, non può riuscire a spiegare – è proprio l’espressione della capacità della modellazione umana di inventare più mondi, ossia della sua disposizione al “gioco del fantasticare” o come direbbe Vico della “logica poetica” propria dell’essere umano. La procedura di modellazione dell’uomo, il linguaggio, differisce totalmente da quella di tutti gli altri animali, mentre non differiscono i tipi di segno che esso impiega (segnali, icone, indici, simboli, nomi, come soprattutto Sebeok ha mostrato). La sua caratteristica specifica è l’articolazione, o come dice Sebeok, la sintassi, cioè la possibilità di significazioni diverse che si avvalgono degli stessi oggetti con funzioni di interpretanti-interpretati. “Articolazione” fa pensare alla scomposizione in elementi. “Sintassi” rende meglio la disposizione spazio-temporale di questi oggetti. Per evitare confusioni con la sintassi nel senso linguistico-verbale e nel senso della logica neopositivista, sarebbe parlare di “sintattica”, termine ripreso dalla tipologia delle dimensioni della semiosi e della semiotica proposta da Charles Morris (1938) . La sintattica del linguaggio consiste nella possibilità di utilizzare un numero finito di elementi le cui molteplici combinazioni producono significati ogni volta diversi. E ciò che a dispetto dell’interpretazione convenzionalistica della concezione aristotelica del linguaggio, Aristotele sosteneva, indicando, come caratteristica specifica della “voce significativa propriamente umana”, il suo essere suntheté (Poetica 1457 a 1415) o katà sunthéken (De interpretazione 16a 26-29), cioè per composizione, per combinazione. Noi preferiamo parlare di “scrittura” per indicare la sintattica del linguaggio. La scrittura è la procedura combinatoria che permette di utilizzare un numero finito di elementi per produrre un numero illimitato di sensi e di significati. In questo senso la scrittura è antecedente al parlare e ne è la condizione. Infatti lo stesso segno fonetico è scrittura perché funziona unicamente sulla base di una combinatoria. Il linguaggio è già scrittura, la quale dunque sussiste prima della lettera, prima ancora dell’invenzione della scrittura come sistema di trascrizione della semiosi vocale, anzi prima del collegamento del linguaggio con la fonazione e della formazione delle lingue. La scrittura fa parte del linguaggio “prima che lo stiletto o la penna imprima lettere su tavolette o sulla pergamena o sulla carta”. Il linguaggio quale è attualmente ha risentito del suo sviluppo in seguito all’impiego della materia fonetica, e tuttavia non ha perduto i caratteri della scrittura antecedente alla trascrizione. Essi si evidenziano nell’articolazione del linguaggio verbale, nel suo carattere iconico (significazione per posizione, per ampiezza, come nell’allungamento dell’aggettivo al superlativo, o del verbo nelle persone plurali, ecc., come ha mostrato Jakobson). Quando la scrittura, in un secondo tempo, è ritornata come involucro secondario per fissare il vocalismo, ha utilizzato lo spazio, come dice Kristeva, per preservare attraverso il tempo la parola orale dandole una configurazione spaziale. L’articolazione del linguaggio verbale (la doppia articolazione di Martinet) è un aspetto della procedura modellizzante del linguaggio, che articola il mondo per differenziazione e differimento – différence/différance (Derrida). L’articolazione è prima di tutto distanziamento, espacement, che il linguaggio come procedura modellizante opera in quanto scrittura. Significare attraverso differenti posizioni delle stesse cose è già scrittura, e l’articolazione del linguaggio verbale e tramite il linguaggio verbale (come modellazione secondaria) si realizza proprio sulla base di questo tipo di significazione per posizione. In quanto sintassi, o, come preferiamo dire, per evitare, come abbiamo detto, gli equivoci dell’impiego di un termine proprio dei linguisti e dei neopositivisti (la “sintassi logica” di Carnap), in quanto sintattica o più precisamente scrittura antecedente alla fonazione e indipendente dalla funzione comunicativa della trascrizione, la modellazione del linguaggio si serve di pezzi che possono essere messi insieme in un numero infinito di modi. In tale maniera, essa può dar luogo a un numero indeterminato di modelli che si possono smontare per costruire con gli stessi pezzi modelli diversi. Perciò, come dice Sebeok, in virtù del loro linguaggio gli uomini possono non solo produrre il loro mondo, come gli altri animali, ma anche un numero infinito di mondi possibili: è “il gioco del fantasticare”, che svolge un ruolo importante nella ricerca scientifica e in ogni forma di investigazione, come pure nella simulazione, dalla menzogna alla fiction, e in ogni forma di creazione artistica. La “creatività” che Chomsky considera come carattere specifico del linguaggio verbale è invece in esso derivata mentre è propria del linguaggio come scrittura, come procedura primaria di modellazione. La stessa formazione del parlare e dei relativi sistemi verbali, le lingue, presuppone la scrittura. Senza la capacità di scrittura, l’uomo non sarebbe in grado di articolare i suoni e di individuare un numero limitato di tratti distintivi, i fonemi, da riprodurre foneticamente. Senza la capacità di scrittura l’uomo non saprebbe comporre i fonemi in maniere diverse per formare molteplici parole (monemi) e non saprebbe comporre queste ultime sintatticamente in maniere diverse in sempre nuove enunciazioni per esprimere significati diversi e sensi diversi, e non riuscirebbe a produrre quei segni molto complessi, il cui significato unitario è qualitativamente superiore ed irriducibile alla somma delle parti che lo compongono, cioè i testi. La scrittura è inerente al linguaggio come pocedura modellizzante primaria in quanto la sua caratteristica specifica è quella di conferire significati diversi agli stessi elementi a seconda della loro posizione cronotopica. In altri termini, la scrittura è inerente al linguaggio come procedura significante in quanto esso si caratterizza come sintassi. Lo stesso segno fonetico è scrittura. Il linguaggio è già scrittura, prima ancora che venga inventata la scrittura come sistema di trascrizione della semiosi vocale, anzi prima del collegamento del linguaggio con la fonazione e della formazione delle lingue. L’apriori non è il parlare. L’apriori è il linguaggio e il suo meccanismo di scrittura. La scrittura musicale, per esempio, così come il linguaggio verbale, fa parte della capacità del linguaggio e dunque partecipa delle condizioni dello scandire, dell’articolare, relazionare senza le quali un mondo umano non sarebbe possibile. Una connessione fra linguaggio e scrittura nel senso suddetto sembra insistere anche Benjamin, in Il dramma barocco tedesco, quando occupandosi dell’”allegoria” ne evidenzia il “carattere scritturale”, quando riflette sul geroglifico, sull’ideogramma e sul rapporto fra pensiero e “scrittura originaria”, sulla possibilità del linguaggio verbale di non servire alla mera comunicazione, sulla possibilità della lettera di sottrarsi alla combinatoria convenzionale di atomi scritturali e di assumere un senso per sé, come “immagine”, nel senso di assumere un carattere iconico: nel “barocco”, “ciò che è scritto tende all’immagine”, e ciò costituisce, dal punto di vista linguistico, “l’unità del barocco linguistico e del barocco figurativo”. Dal carattere di scrittura proprio del linguaggio deriva ai linguaggi verbali e non verbali la possibilità del funzionamento dei segni fine a se stesso, una sorta di eccedenza rispetto alla loro funzione cognitiva, comunicativa e manipolativa, ritrovabile, ma solo in maniera ripetitiva, nei comportamenti animali. Lo spessore di dialogicità degli interpretanti e quindi il superamento del segnale nella direzione della segnità, il superamento della significazione nella significanza (ciò che R. Barthes chiama il terzo senso, rispetto a quello della comunicazione o del messaggio e a quello della significazione) sono collegati con il carattere di scrittura del linguaggio. Anche in questa infunzionalità della creazione linguistica, dell’essere fine a sé – ma non nel senso estetistico dell’arte per l’arte, né in quello produttivistico della comunicazione per la produzione (del profitto), né in quello antropocentrico secondo cui, ogni mezzo di affermazione dell’uomo, per es. nell’antropizzazione del pianeta, è giustificato da tale fine, ma nel senso umanistico che l’uomo, nella sua alterità, è fine e non mezzo, ed è come fine la maggiore ricchezza dell’uomo stesso – può certamente essere fatta consistere l’idea che l’uomo sia stato fatto, rispetto a Dio, a sua immagine e somiglianza. Torniamo al rapporto, evidenziato da Vico fra metafora e corpo, e sul carattere poetico e anche mitico di questo rapporto. Uno sviluppo dell’intuizione vichiana del carattere animistico della metafora, del suo carattere antromorfico e della sua stretta relazione con il gesto, al punto da realizzarsi anche come metafora muta , lo troviamo nella riflessione di Bachtin nel suo saggio del 1926, “La parola nella vita e nella poesia”. L’intonazione si situa al confine fra il detto e il non detto, fra il verbale e il non-verbale (quest’ultimo a sua volta distinguibile in segnico e non segnico). Essa risente del rapporto che si stabilisce fra parlante e destinatario rispetto alle valutazioni sottintese, variando a seconda che ci sia o no una comunanza di valutazioni, una sorta di “appoggio corale”. Nell’intonazione si palesa maggiormente la dipendenza – riscontrabile con un’analisi più approfondita in tutta la struttura formale del discorso – dell’atto di parola da una certa comunanza di valutazioni: “Quando una persona suppone che l’interlocutore non sia d’accordo con lei, oppure non è sicura che lo sia, o ha dei dubbi in proposito, dà un’intonazione diversa alle sue parole [rispetto a quando può contare su un sottinteso appoggio corale] ed in generale costruisce diversamente le sue enunciazioni”. Accade per l’intonazione e per l’organizzazione complessiva del discorso ciò che accade in altre forme di comportamento in cui si esprime il “contatto” interpersonale: “quando qualcuno che sta ridendo si accorge di essere l’unico a ridere, il riso tace o cambia di natura, diviene isterico, perde la sua sicurezza, la sua e schiettezza…” (ibidem). L’intonazione inoltre conserva una visione mitologica dell’universo che invece nel linguaggio verbale si è andata perdendo: l’intonazione suona spesso come il mondo fosse pieno di forze personificate. Per questi aspetti, l’intonazione presenta una stretta parentela con il linguaggio gestuale, ivi inclusa la mimica; e del resto “la parola stessa inizialmente era un gesto linguistico, una componente di un gesto complesso, che coinvolgeva il corpo intero”. Sia il gesto, sia l’intonazione hanno bisogno di un “appoggio corale” degli astanti: soltanto in un’atmosfera di simpatia sociale è possibile un gesto libero e sicuro. E sia l’intonazione sia il gesto si rivolgono al mondo circostante – oltre che all’ascoltatore – sentendolo, anche nel caso si tratti di cose, di oggetti inanimati, come alleato, come amico o come nemico. “Dunque […] ogni parola effettivamente pronunciata (scritta con qualche determinata intenzione), che, cioè, non giaccia addormentata in un vocabolario, è espressione e prodotto di una interazione sociale di tre componenti: il parlante (l’autore), l’ascoltatore (il lettore), e colui (o ciò) di cui si parla (l’‘eroe’)” . Quest’ultimo elemento, nei contesti comunicativi concreti, non è semplicemente oggetto passivo di discorso, ma il protagonista, l’”eroe”, appunto – non importa che si tratti di una persona o di un oggetto inanimato – E la più semplice intonazione o il testo più complesso risentono, nella forma e nell’intonazione, dei rapporti di simpatia, di antipatia, partecipazione, distacco, avversione, ecc. fra l’autore e quest’“eroe”, non meno di quelli che si stabiliscono fra autore e destinatario. Nell’enunciazione si esprime, dunque, l’atteggiamento del parlante nel suo “duplice orientamento sociale”, nei confronti di ciò di cui si parla e di colui a cui si parla. L’intonazione tende alla personificazione dell’“eroe” quando esso è un oggetto inanimato e si riferisce ad esso come se esso fosse non solo vivente ma anche capace di volontà e di intenzioni sì da essere responsabile di azioni giudicate positive o negative. In questo riferirsi come se al protagonista dell’enunciazione sta ciò che Bachtin chiama “metafora intonazionale” . Si tratta di una metafora data unicamente dall’intonazione. Anche qui gioca un ruolo importante il sottinteso. Infatti se tale metafora viene esplicitata si ottiene una comune o ordinaria “metafora semantica” (ibidem). Una questione a cui qui vogliamo almeno accennare è se sulla base del contributo proveniente dal pensiero di Vico all’inquadramento teorico delle attuali ricerche di linguistica cognitiva, sia il caso, anche in contrapposizione alla “linguistica cartesiana” a cui Chomsky, dati i suoi assunti innatistici, fa appartenere la sua teoria della grammatica generativo-trasformazionale, di parlare, cosa a cui sembra tendere Danesi, di una “linguistica vichiana”. Riteniamo che malgrado il suo merito nell’aver pionieristicamente compreso e indagato il carattere metaforico del pensiero e del parlare, oltre a quello più noto di aver fondato le scienze storiche, non sia il caso di fare di Vico il nume tutelare delle nuovo orientamento della linguistica, anche perché, almeno in Italia, Vico ha già fatto da nume tutelare dello storicismo crociano (e per altro non ci pare il caso di rischiare in tal modo accostamenti inopportuni tra la linguistica cognitiva e le semplicistiche idee estetiche e linguistiche espresse da di Benedetto Croce nel suo noto libro Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale (1902). La cosa migliore è in ogni caso non impegnarsi con numi tutelari quando si lavora in ambito scientifico. Certamente, come risulta già dal testo di Sebeok citato all’inizio Some Reflections of Vico in Semiotics, ormai esiste tutta una letteratura su rapporti tra Vico e la semiotica e certamente molti delle idee dei suoi esponenti come di quelle della filosofia del linguaggio e delle altre scienze dei segni ne hanno subito direttamente o indirettamente l’influenza o per lo meno presentano delle analogie col pensiero vichiano. Non mancano studi che raffrontano lo stesso Peirce e Vico, per esempio per quanto concerne il concetto di “senso comune” o la critica a Cartesio, o il rapporto tra il pragmatismo di Peirce e la formula vichiana che “verum factum convertuntur”. Su questi accostamenti possiamo qui soltanto limitarci a dichiarare dei dubbi. La critica a Cartesio da parte di Vico presenta motivazioni e argomentazioni e soprattutto un contesto ben diversi da quella di Peirce. E la delimitazione dell’ambito conoscitivo a quello delle opere umane è ben in contrasto con lo spaziare della semiotica peirciana e dei suoi sviluppi attuali al di là dei confini dell’antroposemiosi e della “semiosfera” nel senso di Lotman: riprendendo e precisando l’idea peirciana che “tutto l’universo è perfuso di segni” Sebeok insieme a tutti coloro che lavorano nell’ambito della biosemiotica ha ampliato notevolmente i margini della semiosfera lotmaniana, limitata al mondo della cultura umana, fino a farla coincidere con la biosfera. Ci sono nella Scienza nuova di Vico, accanto alle importantissime idee da riprendere, e non solo nel campo della linguistica cognitiva, espedienti apologetici e retorici impiegati per respingere, per arginare — cercando dei punti saldi e dei confini inviolabili nell’ambito della tradizione religiosa e del senso comune (per es., v. I, Degnità XII e XIII)— la nuova visione del mondo e dell’uomo prospettata dallo sviluppo delle scienze fisiche e matematiche. Per Vico “il senso comune è un giudizio senza alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione, da tutto il genere umano ed è insegnato alle nazioni dalla provvidenza divina”(142)) . Come è stato fatto notare (v. G. Semerari, Sulla metafisica di Vico e Intorno all’anticartesianesimo di Vico, in Semerari 1969: 252, 271 239-240), Vico antepone e contrappone alla critica l’atteggiamento fideistico nel senso comune, considerato come un sistema di giudizi di provenienza non umana ma divina e avvalorato dall’espediente retorico della quantità in base al quale si considera più valido ciò che può vantare il consenso universale o del maggior numero di persone. Lo stesso anticartesianesimo vichiano è espressione di “un atteggiamento di resistenza e di difesa contro lo svolgimento filosofico della nuova scienza matematica e sperimentale [...], una tattica culturale escogitata, più o meno consapevolmente, al fine di quieta non movere, di lasciare le cose così come stanno, limitando, il più che riesca, il campo d’azione della nuova metodologia che appare pericolosa per il corso naturale delle idee e per il senso comune”. Se tutto questo è vero, se è vero che esiste una grande distanza di ordine storico-contestuale e motivazionale fra l’indagine vichiana, da una parte, e le attuali ricerche filosofico-linguistiche, dall’altra, al punto che non è assolutamente il caso di porle sotto la bandiera della “linguistica vichiana”, resta il fatto della presenza non di facili e appariscenti analogie ma di profonde omologie tra gli orientamenti della filosofia del linguaggio, della linguistica e della semiotica odierne e la riflessione vichiana sul linguaggio. Il testo riprende e rielabora la relazione al convegno di studi Giambattista Vico e l’Enciclopedia dei saperi, Bari, 16-18 dic. 2004. C. S PEIRCE, Collected Papers, voll. 1-8, a cura di C. Hartshorne, P. Weiss, e A. W. Burks, Cambridge (Mass.), The Belknap Press of Harvard University Press. 1931-1958, vol. 2, § 304. G. VICO, Principj di scienza nuova, tomo secondo. Con il numero ci riferiamo al capoverso secondo la numerazione progressiva dei capoversi effettuata da F. Nicolini nell’edizione per i Classici Ricciardi, (1953), ried. Torino, Einaudi, 1976, e ripresa da A. Battistini nell’ed. della Scienza nuova in G. VICO, Opere, vol. 1, 2, Milano, Mondadori, 1999. PIETRO ISPANO, Trattato di logica. Summule logicales(1230), cura e trad. it. di A. Ponzio con testo a fronte, Milano Bompiani, 2004, v; nota “ al I libro, p. 600-601. F. LO PIPARO, A, Aristotele e il linguaggio, Roma-Bari, Laterza, 2003, pp. 72-87 e passim. V. a tale proposito la critica di Giovanni Vailati (1863-1909) e di Victoria Welby (1837- 1912): vi faremo riferimento in seguito. Richards, Ivor A. The Philosophy of Rhetoric, London-Oxford-New York, Oxford University Press, 1936. Rinviamo a A. PONZIO, Linguistica generale, scrittura letteraria e traduzione, Perugia, Guerra, 2004, pp. 63-68, 83-88, 182-183. C. C. DU MARSAIS, Traité des Tropes(1730), Parigi, Le Nouveau Commerce, 1977, p. 11. Ivi, p. 8. Ivi, p. 11. Ivi, p. 8. J.J. ROUSSEAU, Saggio sull’origine delle lingue (1781), a cura di P. Bora, Torino, Einaudi, 1989. Cfr. E. CASSIRER, Filosofia delle forme simboliche (1923), vol. I, Firenze, La Nuova Italia,1965, p.108. J. DERRIDA in De la grammatologie (1967), Milano, Jaka Book, 1969, pp. 307-308. J. J. ROUSSEAU, op. cit., p. 18. Cfr. C. MORRIS, Lineamenti di una teoria dei segni, 1938, a cura di F. Rossi-Landi, ried. a cura di S. Petrilli, Lecce, Manni, 1999. Cfr. R. JAKOBSON, Saggi di linguistica generale, a cura di L. Heilmann e L. Grassi, Feltrinelli, Milano,1966. Cfr. T. A. SEBEOK, A Sign Is Just A Sign. La semiotica globale, trad. it., introd. e cura di S. Petrilli, Milano, Spirali, 1998; T. A. SEBEOK, Segni. Introduzione alla semiotica (1994) trad. it. e cura di S. Petrilli, Roma, Carocci, 2004. Some Reflections of Vico in Semiotics, in D. G. Lockwood, P.H. Fries, J.E. Copeland (a cura di), Fuctional Approaches to Language, Culture and Cognition, John Benjamins Amsterdam, pp. 555-568. Cfr. T. A. SEBEOK, M. DANESI, The Forms of Meanings. Modeling Systems Theory and Semiotic Analysis, Berlin, Mouton de Gruyer, 2000. Sotto questo punto di vista, le cose non cambiano quando si passa dai saggi di Chomsky raccolti in Saggi linguistici, 3 voll., pref. di G. Lepschy, Torino, Boringhieri, 1969-70, alle sue opere più recenti come Knowledge of Language, trad. it. di G. Longobardi e M. Piattelli Palmarini, La conoscenza del linguaggio, Milano, Il Saggiatore, 1985. Per la discussione della teoria chomskiana rinvio a Production linguistique et idéologie sociale, Les Editions Balzac, Candiac, Canada) 1992. M. DANESI, Lingua, metafora, concetto. Vico e la linguistica cognitiva, Bari, Edizioni dal Sud, 2000.
V. WELBY, Sense, Meaning and Interpretation, trad. it. in V. WELBY, Significato, metafora, interpretazione, a cura di S. Petrilli, Bari,.Adriatica, 1986, pp. 109-170; .Meaning and Metaphor, in V. WELBY, Significato, metafora, interpretazione, cit., pp.79-107; V. WELBY, What is Meaning? (1903) a cura di A. Eschbach (pref., pp. ix-xxxii), introd. di G. Mannoury (pp. xxxiv-xlii), Amsterdam-Philadelphia, John Benjamins, 1983; V. WELBY, Significs and Language (1911) e altri saggi, cura e introd. di H. W. Schmitz, Amsterdam-Philadelphia. John Benjamins, 1986, trad. it. (scelta) in V. WELBY, Significato, metafora, interpretazione, cit., pp. 189-229. Su Welby, v. S. PETRILLI, Su Victoria Welby. Significs e filosofia del linouaggio, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1998. In G. VAILATI, Il metodo della filosofia. Saggi di critica del linguaggio, a cura di F. Rossi-Landi, nuova ed. a cura di A. Ponzio, Bari, Graphis, 2000. G. VAILATI, op; cit., p. 80. Cfr. G. VAILATI, Il metodo deduttivo come strumento di ricerca, in G. VAILATI, Scritti filosofici, a cura di G. Lanaro, Napoli, Fulvio Rossi, 1972, p. 80. Ibidem. M. BACHTIN, Linguaggio e scrittura, trad. di L. Ponzio, a cura di A. Ponzio, Roma, Meltemi. T. SEBEOK, The Play of Musement, Bloomington, Indiana University Press, 1981, trad. it. di M. Pesaresi, Il gioco del fantasticare, Milano, Bompiani, 1984. Cfr. ROSSI-LANDI, Metodica filosofica e scienza dei segni, Milano, Bompiani, 1985, pp; 217-269; v; anche F. ROSSI-LANDI, Il linguaggio come lavoro e come mercato (1968), a cura di A. Ponzio, Milano, Bompiani, 2003. Ph. LIBERMAN, On the Origins of Language, New York, Macmillan, 1975. F. ROSSI-LANDI, Metodica filosofica e scienza dei segni, cit., p. 229. Cfr. T. DE MAURO, Capire le parole, Roma-Bari. Laterza, 1994, p. 130. G. FANO, Giorgio, Origini e natura del linguaggio, Torino, Einaudi,1972; nuova ed. in trad. inglese a cura e con introd. di S. Petrilli, Origins and Nature of Language, Bloomington, Indiana University Press, 1992. Cfr. C. MORRIS, Lineamenti di una teoria dei segni, cit. cfr. F. LO PIPARO, op. cit. Si rinvia a A. PONZIO, Fondamenti di filosofia del linguaggio (in collab. con P. Calefato e S. Petrilli, Roma-Bari, Laterza, 1999. E. LEVINAS, L’al di là del versetto (1982), a cura di G. Lissa, Napoli, Guida, 1982, p. 60. R. JAKOBSON, Alla ricerca dell’essenza del linguaggio, in Benveniste et alii, I problemi attuali della linguistica, Milano, Bompiani, 1968, pp. 27-46. V; anche A. Ponzio, Il linguaggio e le lingue, Bari, Graphis, 2002. Cfr. J. KRISTEVA, Le langage, cet inconnu, Parigi Seuil, 1982, trad. it. a cura di A. Ponzio, Il linguaggio, questo sconosciuto, conun' intervista di A. Ponzio a J. Kristeva, Bari, Adriatica, 1992, p. 61. Cfr. A. MARTINET, La considerazione funzionale del linguaggio, Bologna, Il Mulino, 1965; Elementi di linguistica generale, Roma-Bari, Laterza, 1967; Sintassi generale, Roma-Bari, Laterza, 1985. J. DERRIDA, La scrittura e la differenza, (1967) Torino, Einaudi, 1982. T. A. SEBEOK, Penso di essere un verbo, trad. it. introd. e cura di S. Petrilli, Il segno e i suoi maestri, Sellerio, Palermo 1990. W. BENJAMIN, Il dramma barocco tedesco, Einaudi, Torino 1980, pp. 162-229. Cfr. R. BARTHES, L'ovvio e l'ottuso. Saggi critici III, Torino, Einaudi, 1985. Cfr. A. PONZIO, Elogio dell’infunzionale. Critica dell’ideologia della produttività, Milano, Mimesis, 2004. In M. BACHTIN, Linguaggio e scrittura, cit. Ivi, p. 46. Ibidem; Ivi, pp. 47-48. Ivi, p. 49. Ivi, p. 47. J. LOTMAN, La semiosfera, a cura di S. Salvestroni, Venezia, Marsilio, 1975. Cfr. A. PONZIO, S. PETRILLI, I segni e la vita. La semiotica globale di Thomas A. Sebeok, Milano, Spirali, 2002. G. SEMERARI, Esperienze del pensiero moderno, Urbino, Argalia, 1969, pp. 239-240, 252, 271. Ivi, 239-240.
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