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Presentazione di AUGUSTO PONZIO alla nuova edizione di Ideologia, di FERRUCCIO ROSSI-LANDI
L’interesse da parte di Ferruccio Rossi-Landi (1921-1985) per la tematica di questo libro, l’ideologia, la cui prima edizione è del 1978 e la seconda ampliata e riveduta è del 1982, risale agli anni Sessanta e motiva in gran parte l’orientamento dei suoi scritti confluiti nel libro Il linguaggio come lavoro e come mercato del 1968 e la fondazione nel 1967di «Ideologie» (che Rossi-Landi diresse fino all’ultimo numero apparso nel 1972), rivista particolarmente interessante per comprendere l’impegno teorico-ideologico da cui si andò sviluppando la ricerca che confluisce nel presente volume. Il libro risulta di grande attualità nel contesto odierno della comunicazione globale, per la connessione strettissima che intercorre tra comunicazione e ideologia, benché nel mondo della globalizzazione tali sono la forza e l’espansione dell’ideologia dominate e così aderente è la sua progettazione alla realtà della comunicazione-produzione, che essa tende a identificarsi con la logica stessa di questa fase della produzione capitalistica, risultando una sorta di “ideo-logica” e producendo, tra gli idola fori e idola theatri del nostro tempo, l’idea della “fine della ideologia”. Oggi può risultare maggiormente chiaro che la comunicazione è qualcosa di ben più ampio e complesso da ciò che è stato presentato come tale in base allo schema dell’emittente, del ricevente, del codice, del messaggio, e che Rossi-Landi già nel suo libro del 1961, Significato, comunicazione e parlare comune (nuova ed. 1998) ironicamente chiamava “comunicazione del pacco postale”. Bisogna che si conferisca a “comunicazione” tutto il suo reale spessore storico-sociale e la si consideri come l’ambito di formazione e funzionamento, ad un momento determinato, della rete segnica umana, la quale rende possibile la comunicazione nel senso ristretto, cioè come scambio di messaggi. In tal modo, la comunicazione non risulta nulla di diverso dal processo stesso della riproduzione sociale – concetto centrale della prospettiva di Rossi-Landi – di cui lo scambio comunicativo nel senso ristretto è soltanto un aspetto. I soggetti che comunicano, ciò che comunicano, i canali, i codici, i programmi, i generi di discorso verbale e non verbale e gli stessi “bisogni comunicativi”, non stanno fuori dalla comunicazione così intesa, ma ne sono invece il risultato. La comunicazione svolge oggi un ruolo dominante non soltanto nel momento intermedio del ciclo produttivo, quello della circolazione, dello scambio, del mercato, ma anche, in seguito allo sviluppo dell’automazione, della computerizzazione e dei mezzi e delle vie di comunicazione, nella stessa fase della produzione di merci ed anche in quella del loro consumo, dato che quest’ultimo è fondamentalmente consumo di comunicazione. L’intera produzione è comunicazione, e viceversa. Nella fase attuale dello sviluppo del capitalismo (prevista ma non direttamente vissuta da Rossi-Landi, essendo morto nel 1985), che possiamo indicare come fase della comunicazione-produzione, la comunicazione è divenuta dunque pervasiva. La produzione materiale e la produzione linguistica, che non molto tempo fa apparivano separate sotto forma di “lavoro intellettuale” e “lavoro manuale”, di “lavoro linguistico e di lavoro non linguistico”, si sono oggi congiunte saldamente. Il computer, unità di hardware e software, rende ormai eclatante la connessione di lavoro e artefatti materiali, da una parte, e di lavoro e artefatti linguistici, dall’altra, ed evidenzia, al tempo stesso, la superiorità e il carattere trainante, nella produzione e nello sviluppo, del lavoro linguistico, del “lavoro immateriale” (un’espressione piuttosto infelice, perché implica una concezione abbastanza rozza di ciò che è “materia”). Ciò che Rossi-Landi chiamava produzione linguistica, lavoro linguistico, capitale linguistico, considerandone i rapporti di omologia con la produzione materiale, risulta oggi fattore fondamentale della riproduzione sociale e trova conferma l’assunto fondamentale del libro di Rossi-Landi del 1968, Il linguaggio come lavoro e come mercato, secondo il quale la produzione linguistica e in generale segnica è uno dei due fattori fondamentali della vita sociale, e come tale è omologo all’altro, quello alla produzione di utensili e di artefatti. Nella prospettiva di una scienza generale dei segni come luogo teorico di superamento dello specialismo delle scienze separate, Rossi-Landi si proponeva di prendere in considerazione i rapporti intercorrenti fra la produzione e lo scambio verbali e la produzione e lo scambio materiali.
Il mio tentativo è consistito nel congiungere due totalità, quella della produzione linguistica e quella della produzione materiale in una totalità più vasta, per procedere poi a indicare alcune strutture di questa più vasta totalità (Rossi-Landi 1994 [1972], p. 288).
In questa direzione procede la ricerca di Rossi-Landi da Il linguaggio come lavoro e come mercato – che già nel titolo indica l'intento di considerare unitariamente le due caratteristiche specifiche dell'essere umano in quanto laborans e loquens – fino a Linguistics and Economics del 1974 e ai saggi raccolti nel suo ultimo libro, Metodica filosofica e scienza dei segni, del 1985. Ciò significa, da un lato, sviluppare l'approccio marxiano alla merce come fatto comunicativo e non come rapporto fra cose: e tale sviluppo consiste nel considerare l'economia politica come parte della scienza generale dei segni, della semiotica. E, significa, dall'altro, studiare i fenomeni del linguaggio mediante l'impiego delle categorie della scienza economica nella sua fase ricardiano-marxiana. Quest’ultima, a differenza dell'economia marginalistica, permette di andare al di là della considerazione dello scambio e dell'uso linguistico (il livello del mercato linguistico) e di esaminare i rapporti sociali di produzione linguistica (i rapporti sociali di lavoro linguistico). Secondo questo progetto di ricerca, Rossi-Landi dedica allo studio del rapporto fra lavoro materiale e lavoro linguistico un grosso ed importante saggio apparso in «Ideologie» 16-17 del 1972 (pp. 43-103), Omologia della riproduzione sociale, poi ripreso nel suo libro Linguistics and Economics 1975 e attualmente inserito nel volume, pubblicato nel 1985, Metodica filosofica e scienza dei segni. Più esattamente Rossi-Landi si proponeva di studiare il rapporto di omologia fra artefatti materiali e artefatti linguistici, secondo un metodo di analisi che egli indicava come “metodo omologico”. Tale metodo consiste nell' individuare rapporti di somiglianza non immediati e superficiali, come avviene nell'analogia, ma omologie, vale a dire somiglianze di ordine genetico e strutturale fra oggetti generalmente considerati come separati e rientranti in campi diversi del sapere. Artefatti materiali e artefatti linguistici, malgrado la loro apparente separazione e la loro appartenenza ad ambiti disciplinari diversi, possono essere considerati come parti di una stessa totalità in quanto entrambi risultato di lavoro umano. Il metodo omologico dunque contribuiva alla critica della ipostatizzazione di parti separate dalla totalità a cui costitutivamente appartengono, come pure si inseriva nel progetto di messa in discussione e superamento del separatismo delle scienze.
L'elemento omologico rompe le specializzazioni: obbliga a tener conto contemporaneamente di cose diverse, disturba il gioco indipendente delle sotto-totalità separate, richiama a una totalità più vasta, le cui leggi non sono quelle delle sue parti. In altre parole, il metodo omologico è un metodo antiseparatistico e ricostruttivo, come tale sgradito agli specialisti («Ideologie» 16-17, 1971, p. 62; in Rossi-Landi 1985, p. 53.).
Nella concezione di Rossi-Landi, strettamente collegata con la teoria del linguaggio come lavoro è la definizione dell’ideologia come progettazione sociale. “Progettazione sociale” si pone, sul piano paradigmatico, in alternativa rispetto a “programma” e a “programmazione”. L'ordine dei termini “programma”, “programmazione”, “progettazione” va dal meno al più generale.
Un programma può essere anche limitatissimo, per esempio quello che regge l'abituale conversazione fra venditore e compratore in una bottega; una programmazione è qualcosa non solo di più vasto, ma anche di permanente, per esempio quella che regge lo scambio effettivo delle merci sul mercato; una progettazione, infine, riguarda la società, o almeno un qualche processo fondamentale della riproduzione sociale, in maniera globale e potenzialmente esaustiva (Rossi-Landi, nel presente volume, pp. 296-297).
Sia l’interpretazionedell’ideologia come progettazione sociale a cui sono funzionali i programmi e le programmazioni dei comportamenti individuali, sia la sua definzione di “classe dominante” come la classe che possiede il controllo della comunicazione sicché la sua progettazione è quella dominante (v. Rossi-Landi 1994, pp. 203-204), contribuiscono notevolmente alla comprensione dell’ideologica della nostra forma sociale caratterizzata dalla comunicazione-produzione. Al tempo stesso, la concezione del linguaggio come lavoro e dell’ideologia come progettazione sociale, oltre a fornire strumenti di analisi circa la specificità di una certa forma della riproduzione sociale e di critica nei confronti della pretesa “non ideologicità” dell’ideologia dominante, distrugge qualsiasi forma di alibi e di giustificazione nei confronti di una rassegnata accettazione dell’ordine costituito. Che il linguaggio sia specifico dell’uomo e che sia lavoro nel senso di capacità di trasformazione, inventiva, innovazione, rivalorizzazione, significa che – per quanto alienato esso sia, per quanto, quantificato e misurato in ore, cioè ridotto a lavoro- merce – le sue possibilità di interpretazione, di risposta, di intervento non sono affatto unicamente quelle previste dall’essere-così della comunicazione del mondo che esso ha costruito; significa che i suoi modelli e le sue progettazioni non sono necessariamente quelle dell’ideologica dominante, non restano confinati fra le alternative di questo mondo, ma sono, invece, capaci di alterità. Il linguaggio in quanto lavoro rende il comportamento umano non circoscrivibile nella comunicazione di una determinata forma della riproduzione sociale, nel contesto delle alternative previste nell’essere-così del mondo della comunicazione che la classe dominante, nel senso suddetto, controlla e riproduce. Nel linguaggio l’essere della comunicazione trova il proprio altrimenti, la propria alterità, la propria eccedenza (sul concetto di “eccedenza” Rossi-Landi insiste particolarmente in “Criteri per lo studio ideologico di un autore”, in Rossi-Landi 1985: 167-192). Il primo fascicolo (1967) della rivista «Ideologie» si apriva con il saggio di Rossi-Landi Ideologia come progettazione sociale. Al concetto di “ideologia”, così come viene definito in questo saggio, si richiama direttamente il primo editoriale di «Ideologie», Per un rinnovamento dell’elaborazione ideologica, apparso nel numero 3.
Come abbiamo cominciato a mostrare, la rivista si propone lo studio delle ideologie contemporanee. Ciò avviene sia analizzando aspetti sistematici e ricorrenti dell'ideologia in generale, a cominciare dalla sua natura e struttura, sia concentrando l'attenzione su alcuni temi, per i quali è più sentita un'esigenza di aggiornamento: il policentrismo comunista e le correnti di revisione del marxismo nei Paesi socialisti e in quelli capitalisti; le ideologie populistiche e sindacal-corporative (fascismo, nazionalismo, tendenze del cattolicesimo politico); le ideologie neocapitaliste e dello sviluppo economico; i fondamenti della dottrina marxiana in rapporto alle nuove scienze dell'uomo e il carattere ideologico di tali scienze, rintracciabile nel porsi medesimo della loro “obiettività” e “neutralità” (e resta da vedere se ciò valga solo per le loro manifestazione neocapitalistiche, o sia inevitabile anche a un livello più profondo). «Ideologie» avanza una concezione dell'ideologia come falso pensiero e falsa prassi che si concentrano necessariamente in una qualche progettazione o proiezione sociale, con il che qui si intende un disegno, proposto o anche solo subìto (consapevolmente o no), di costruzione storica della società (Editoriale, «Ideologie», 3, 1968, p.1).
Nel saggio “Ideologia come progettazione sociale” Rossi-Landi compie l'importante operazione di superare la pseudo-definizione dell'ideologia come falsa coscienza, che è in effetti una valutazione negativa dell'ideologia (definizione dovuta ad un'estrapolazione dell'accezione particolare secondo cui Marx ed Engels impiegavano tale concetto, ed anche, risalendo più indietro, alla connotazione in senso dispregiativo da cui era derivata la denominazione degli “Idéologues”). Tale superamento avviene attraverso l'interpretazione dell'ideologia come progettazione sociale. Questa interpretazione, infatti, permette di conservare e anche giustificare teoricamente l'accezione dell'ideologia come falsa coscienza, collocandola però in una più ampia visione, che, pur riferendosi all'ideologia in generale, non ne dà un'interpretazione meramente descrittiva o relativistica. L'ideologia viene così, al tempo stesso, caratterizzata (negativamente) come “falso pensiero e falsa praxis” ed esaminata come “progettazione sociale”. Ciò ne rende possibile una trattazione teorica generale basata sul riconoscimento dell'inevitabile condizionamento storico di ogni discorso ideologico e orientata verso la critica e il superamento dialettico della falsa coscienza e della falsa praxis e dunque verso il recupero di una valutazione positiva dell'ideologia come pensiero rivoluzionario o almeno innovativo. Partendo dalla precisazione che la realtà dell'alienazione è storico-sociale, Rossi-Landi considera l'ideologia in base all'ipotesi interpretativa
che nel complesso scambio che si è dato fra natura e uomo e fra uomo e uomo, e nel corso del quale l'uomo si è venuto a poco a poco formando come qualcosa di differenziato dalla natura e di consapevole di tale differenziazione, alcune fondamentali operazioni reali debbono essere andate perdute o confuse, e alcune fondamentali operazioni fittizie debbono essere state introdotte: per cui il corso della civiltà, incluse le teorie che l'uomo ha cominciato a formarsene nel periodo detto storico in senso stretto, non è stato quello che avrebbe potuto essere senza quelle perdite, confusioni e introduzioni. Cioè, come si dice, il corso della civiltà si è falsificato. (...) L'alienazione è una falsificazione, una disfunzione generale nell'istituirsi e nello svolgersi della storia (Ideologie, 1, 1967, p. 3).
Come abbiamo accennato, un merito di Rossi-Landi per ciò che riguarda la specificazione del concetto di “ideologia” consiste nell'aver mostrato che, benché si possa dire che l'ideologia è falsa coscienza, essa non si esaurisce in quest'ultima. I due concetti non coincidono. Rossi-Landi individua fra di essi due tipi di differenza: una differenza di grado ed una differenza qualitativa. La prima consiste nel fatto che la falsa coscienza è ideologia meno sviluppata e determinata, l'ideologia è coscienza più sviluppata e determinata. Da questo punto di vista, il rapporto fra falsa coscienza e ideologia corrisponde a quello fra coscienza e pensiero: si ha falsa coscienza a basso livello di elaborazione concettuale; mentre ideologia, a livello più alto. Più precisamente, l'ideologia è una razionalizzazione discorsiva, cioè una sistemazione teorica di un atteggiamento o stato di falsa coscienza. La seconda differenza, quella qualitativa, riguarda il rapporto fra ideologie e segni, particolarmente l'uso del linguaggio verbale: l'ideologia è falsa coscienza che si serve dell'elaborazione segnica e dell'uso del linguaggio verbale in una lingua determinata. Entrambe le differenze si possono riassumere dicendo che l'ideologia differisce dalla falsa coscienza in quanto è falso pensiero. Rossi-Landi fa osservare che
ciò corrisponde alla fondamentale intuizione di Hegel, che pone fra la coscienza e il pensiero l'intera elaborazione dello spirito “teoretico” cioè l'intuizione e la rappresentazione; è nel secondo momento della rappresentazione, l'immaginazione, che sorge il segno; ed è nel suo terzo momento, la memoria, che si forma la lingua (ib.).
Ma l'ideologia, secondo Rossi-Landi, non è soltanto spiegata in termini di falsa coscienza e di falso pensiero. Essa è anche falsa praxis. Infatti sia nel caso della falsa coscienza sia in quello del falso pensiero si tratta di una separazione dalla praxis e viceversa. L'ideologia pertanto è falso-pensiero-e-falsa-praxis. La dialettica fra falsa coscienza, falso pensiero o ideologia, da una parte, e falsa praxis, dall'altra, è connessa con il presentarsi dell'ideologia come progettazione sociale. Per comprendere l'ideologia bisogna ancora una volta considerarla nella totalità cui appartiene. Infatti, scrive Rossi-Landi,
si tratta invero sempre di una separazione fra le parti, in questo caso originariamente due, di una totalità: la quale viene colta in due diversi stadi del suo complicarsi, al livello della coscienza e poi a quello del pensiero. Riflettendo sul proprio immediato passato di falsa coscienza (e falsa praxis di quella coscienza) e trovando se stesso contrapposto a sua volta a una falsa praxis, o anche sotto l'urgenza di questi fattori, il pensiero cerca di salvare se stesso attraverso procedimenti razionalizzanti, che li diano l'illusione almeno di essere membro, e membro attivo, d'una famiglia meno lacerata. La definizione che sto elaborando non è dunque in alcun modo quella di un pensiero che sarebbe falso perché separato dalla praxis, e basta. È anche, ipso jure, la definizione di una praxis falsa perché separata dal pensiero. (...) Non c'è alcun pensiero che goda per conto suo, indipendentemente dai suoi rapporti con la praxis, della proprietà di non essere falso: tale che su di esso, e su esso soltanto, sarebbe possibile misurare e denunciare il pensiero falso (ivi, p.7).
Ogni ideologia è una progettazione sociale; e la considerazione della dialettica fra coscienza e praxis permette a Rossi-Landi di specificare la differenza fra una progettazione che tende a congiungere coscienza e praxis, e una progettazione sociale che invece tende a ostacolare questo congiungimento. L'ideologia viene collocata da Rossi-Landi nell'ambito della totalità cui appartiene, che è quella della situazione umana alienata. Ciò coerentemente con il “metodo logico-storico” che programmaticamente è assunto in contrapposizione al separatismo specialistico e all'astrazione dell'oggetto di studio dalla totalità di appartenenza. È il metodo dei saggi raccolti nel libro di Rossi-Landi del 1968, Il linguaggio come lavoro e come mercato e nel libro Semiotica e ideologia del 1972 (nuova ed. 1994), che sviluppa il discorso sull'ideologia considerandola nel suo necessario rapporto con i sistemi segnici. Infatti, una dottrina delle ideologie deve necessariamente realizzarsi attraverso la semiotica, la scienza generale dei segni, dal momento che le ideologie si trasmettono mediante segni e quindi vanno studiate e demistificate attraverso lo studio dei sistemi segnici. D'altra parte, dice Rossi-Landi nella “Premessa” alla prima edizione” (1972) di Semiotica e ideologia (1994, p. 8),
una semiotica cui manchi il sostegno di una dottrina delle ideologie rimane essa stessa, malgrado il suo proporsi quale scienza generale dei segni, una scienza specialistica e staccata dalla prassi (...).
Ciò conferisce un particolare orientamento al contributo dato da Rossi-Landi sia nell’ambito della studio dei segni sia nell’ambito dello studio dell’ideologia . Di contro allo specialismo, al separatismo delle diverse discipline che studiano i vari sistemi segnici umani, la semiotica deve realizzarsi, per Rossi-Landi, come scienza globale che colloca l'oggetto di ricerca, risultato di necessarie operazioni isolanti ed astraenti, nella totalità cui appartiene. Il discorso semiotico assume una posizione critica nei confronti del sistema sociale cui appartengono i segni e le ideologie oggetto di studio e rende esplicita la progettazione sociale secondo cui è orientato. Esso non solo evidenzia le programmazioni che reggono, anche in maniera inconscia, il comportamento umano; ma, proprio per la sua prospettiva totalizzante, per la consapevolezza che realizza della loro collocazione nell'ambito del sistema sociale complessivo, e quindi della loro specificazione storico-sociale, del loro funzionamento politico, si propone come luogo di critica dei sistemi segnici e di formulazione di programmazioni nuove e più umane. In questo senso il discorso semiotico sulle ideologie va oltre il limite riscontrabile, in genere, nelle ricerche sui programmi della comunicazione sociale (Rossi-Landi si riferiva tra l'altro, in quegli anni, alle posizioni dello psichiatra Albert E. Scheflen e del semiotico Edward Hall). È necessario che uno studio semiotico dei programmi della comunicazione sociale, assumendo ciascun sistema segnico come totalità il cui funzionamento non dipende soltanto “dal gioco delle sue parti, ma dal gioco della totalità in quanto parte” – per cui ogni programma risulta controllato da un livello sociale più alto –, ponga il problema degli interessi che presiedono al processo di integrazione dei sistemi segnici in una determinata organizzazione sociale, il problema delle condizioni del potere attraverso le quali si esercita il controllo dei programmi in situazioni politicamente definite, insomma il problema delle ideologie che, in quanto ideologie della classe dominante, sottendono e organizzano in una certa maniera i programmi di comportamento. In questa prospettiva, come abbiamo anticipato, la classe dominante veniva definita da Rossi-Landi, in termini semiotici (già nel 1967, in “Significato, ideologia e realismo artistico” ora in Rossi-Landi 1994, p. 102),
come la classe che possiede il controllo della emissione e circolazione dei messaggi verbali e non-verbali costitutivi di una data comunità (v. anche Programmi della comunicazione, voce del Dizionario teorico-ideologico, «Ideologie» , l6-l7, 1971, p. 34, ora in Rossi-Landi 1994, pp. 203-204).
La semiotica, così come viene proposta da Rossi-Landi, riconosce l'inesistenza di zone della realtà sociale non ideologiche. Essa smascherando l'ideologia che sottende – sia al livello del comportamento comune, sia al livello scientifico o letterario – ciò che si presenta come “naturale”, come “spontaneo”, come “dato di fatto”, come “realistico”, evidenzia l'inevitabile inserimento di ogni comportamento o nel programma di mantenimento e riproduzione dell’ideo-logica dominante o nel programma della sua critica e di una prassi disalienante e innovativa. I processi della produzione delle ideologie sono al tempo stesso processi della produzione significante. La semiotica si presenta perciò quale complemento necessario dello studio dei rapporti fra la cosiddetta struttura e la cosiddetta sovrastruttura. Come mostra Rossi-Landi, infatti, le difficoltà che generalmente si presentano nello studio dei rapporti fra struttura e sovrastruttura dipendono essenzialmente dalla mancanza di riflessione su un elemento mediatore. E tale elemento mediatore consiste nel complesso dei sistemi segnici verbali e non verbali che fanno sì che ogni comportamento umano in quanto sociale sia significante. Il che equivale a dire che ogni comportamento, in maniera consapevole o inconsapevole, è programmato, si svolge sullo sfondo e sul fondamento di programmi sociali. Le programmazioni sociali dei comportamenti si realizzano secondo tre dimensioni sempre compresenti: 1) i modi di produzione (forze produttive e rapporti di produzione); 2) le ideologie; 3) i programmi della comunicazione verbale e non verbale. I pezzi in gioco, dice Rossi-Landi, sono pertanto non già due, ma tre. Come progettazione sociale, un'ideologia non è semplicemente il prodotto di una società, la quale in tal caso sussisterebbe per conto suo e autonomamente dalle sue ideologie; ma è invece una delle progettazioni sociali – dominante, marginale, alternativa – secondo cui la società si organizza, si comporta, si manifesta nei suoi caratteri distintivi in un certo periodo storico. Un'ideologia è una progettazione di una determinata forma sociale e come tale collabora alla delineazione di questa forma. Anche quando l'ideologia contrasta con la situazione sociale e tende alla sua trasformazione o al suo totale sovvertimento, essa è pur sempre espressione di questa situazione e partecipa del carattere contraddittorio di questa forma sociale. Che l'ideologia partecipi a delineare una certa forma sociale, non significa che non possa essere in contrasto con essa ed anche “eccedente”, e dunque contribuire al fatto che questa forma si presenti come internamente contraddittoria. Inoltre, intesa come progettazione sociale, l'ideologia risulta, dal punto di vista semiotico soprattutto collegata con la dimensione pragmatica del segno, vale a dire con l’influenza che esso esercita sul comportamento dell’interprete. Ciò non significa che nell’ideologia non siano anche coinvolte le altre due dimensioni del segno, quella sintattica e quella semantica. Rossi-Landi precisa che
la distinzione fra le tre dimensioni è stata utile per chiarire molti problemi, ma non regge a un'analisi approfondita (questo sarebbe un lungo discorso di semiotica generale). (...) Anche i rapporti sintattici e semantici rappresentano fin dal loro nascere un approccio ideologico. Del tutto mitica è l'opposizione fra una sintattica e una semantica, che sarebbero indenni dagli influssi dell'ideologia, o almeno che potrebbero tendere ad esserlo (specialmente la prima, si sa), a una pragmatica che invece ne pullulerebbe (Rossi-Landi, nel presente volume, p. 248).
L’aspetto propositivo dello studio dell’ideologia da parte di Rossi-Landi risale anch’esso alle sue ricerche degli anni Sessanta e al suo impegno nella rivista «Ideologie». «Ideologie» aveva alla base un'esigenza pratica: il lavoro teorico innovativo e disalienante era concepito come strumentale rispetto a una prassi innovativa e dunque andava verificato e corretto dal punto di vista del suo riscontro nella prassi. Nel testo intitolato Ai lettori con cui si apriva il primo numero di «Scienze umane» (aprile 1979), rivista anch'essa fondata e diretta da Rossi-Landi, mentre si sottolineava il legame ideale fra questa rivista e il lavoro svolto fra il 1967 e il 1972 da «Ideologie» si spiegava la fine dell'attività di «Ideologie» con la conclusione del momento storico in cui essa era nata e con “la cessazione (e in certi casi la perversione) di modelli ideologici vicini e lontani, cui negli anni di «Ideologie» era sembrato ragionevole ispirarsi o almeno riferirsi”. In effetti, «Ideologie» ha sempre svolto una critica puntuale e documentata nei confronti delle velleità di “applicazione”, nel contesto della società neocapitalistica, di modelli ideologici belli e pronti, e per giunta realizzati da altri e in contesti storico-sociali differenti. Criticando l'illusione della trasposizione delle esperienze altrui si fa notare nell’editoriale Rivoluzione e studio, pur sempre secondo il programma della rivista di svolgere una critica delle diverse ideologie, che nell'“ipotesi traspositiva” si annidano due tipici difetti europei:
la brama di appropriarsi degli altrui prodotti, risparmiandosi la fatica di produrli, e la presunzione di saperli manipolare per conto proprio (Editoriale al fascicolo 9-10, 1970, in Scritti programmatici di «Ideologie», pp. 20-21).
All'interpretazione critica dei modelli dell’“ipotesi traspositiva” di quelli anni «Ideologie» dette ampio spazio, oltre che con diversi articoli, anche dedicando un intero fascicolo doppio (7-8, 1968) a Le radici storiche della rivoluzione cubana ed un altro (14-15, 1970, di ben 600 pagine) allo Studio della rivoluzione cinese (che contiene anche una “Bibliografia italiana sulla Rivoluzione cinese, 1945-1970” di 300 pagine in corpo minore su due colonne). Collegato con l'intento di fornire un ulteriore strumento per capire lo spessore storico-culturale di Cuba e dell'America Latina è anche il fascicolo 18-19 di «Ideologie» (1971-72, ma pubblicato nel 1974, l'ultimo fascicolo della rivista (di oltre 651 pp.), interamente dedicato a José Martí. Guardando in maniera spregiudicata e critica al rapporto fra “nuova sinistra” e sistema neocapitalistico, nell’editoriale Rivoluzione e studio si faceva osservare che
l'organismo del sistema è tuttora vitale e possente assai più di quanto i piccoli movimenti anti-revisionistici spesso mostrino di ritenere. Gli dà forza la sua stessa cecità di fronte alle leggi sovra-individuali che lo governano, le leggi cioè del capitale riorganizzatosi attraverso l'assorbimento dell'istanza socialista. Il sistema è ancora in grado di erigere teatrini sui quali gli stessi piccoli gruppi anti-revisionistici siano invitati a recitare la loro parte per divertimento degli spettatori. È difficile non sopravvalutare il ruolo politico reale della propria coscienza indipendente. Il sistema può digerire tutto perché non ha princìpi oltre a quello fisiologico della propria sopravvivenza (ivi: 21).
In questo stesso editoriale si individuavano, nel quadro complessivo della situazione politica mondiale, alcune tendenze della società neocapitalistica dell'Europa occidentale, che oggi risultano abbastanza evidenti, dato lo sviluppo raggiunto: l'incremento della stabilizzazione capitalistica, la progressiva estensione della socialdemocrazia, l'eclissi del comunismo, la suddivisione interna e la metamorfosi della classe operaia in rapporto a nuovi tipi di lavoro, una maggiore separazione fra produttore e prodotto. Circa quest'ultimo aspetto, particolarmente perspicaci sono le considerazioni sul progressivo attenuarsi della finalizzazione diretta dell'attività individuale verso la produzione, fino all'apparente distacco dell’individuo dal piano della produzione. È questo l’effetto degli sviluppi organizzativi e tecnologici della produzione sovra-individuale nella società neocapitalistica, che, oltre a rendere possibile esonerare l'uomo dalla necessità quotidiana della produzione, aumentano, ampliano e rendono maggiormente mistificate le mediazioni della costrizione ad essere produttivi, al punto da creare l'illusione di esseri liberi e autonomi dal piano complessivo della produzione, perché non costretti al lavoro da un padrone identificabile da cui direttamente si dipenda. Evidenziando in quegli anni il carattere di lavoro dello stesso linguaggio e il carattere produttivo dello stesso consumo e studiando i rapporti fra segni e riproduzione sociale, Rossi-Landi evidenziava il fatto che l'uomo lavora, in gran parte in maniera inconsapevole e inintenzionale, anche linguisticamente e partecipando alla riproduzione del ciclo produttivo attraverso il consumo di messaggi-merci oltre che di merci-messaggi. Nell'editoriale al fascicolo 15 (1971), intitolato “Produrre uomini nuovi”, «Ideologie» riaffermava il proprio carattere di rivista di studio e la propria funzione di elaborazione teorica e di demistificazione ideologica. A tale scopo riteneva fondamentale la conoscenza della situazione attuale del neocapitalismo e in particolare della situazione italiana, in modo da poter riconsiderare criticamente i cosiddetti “principi del marxismo”. Con una capacità di analisi che per lucidità può essere paragonata a quella svolta da Pier-Paolo Pasolini nei primi anni Settanta, del neocapitalismo italiano si evidenziavano alcune dimensioni particolari che ne facessero cogliere la specifica articolazione: il cattolicesimo politico, lo scarto all'interno del fronte dell'industria fra posizioni “progressiste” e reazionarie; la carenza dei servizi civili elementari; l'etnocentrismo razzista; “la brutalità dei rapporti umani non solo interclassistici ma anche, per antico e complesso retaggio di corporativismo e di miseria, infraclassistici” (ivi, in Scritti programmatici di «Ideologie», p. 42); la particolare sensibilità della borghesia nei confronti dei miti di evasione. «Ideologie» preconizzava un nuovo tipo di “lavoro produttivo” volto a produrre gli strumenti di una presa di posizione critica nei confronti del sistema neo-capitalistico. Gli strumenti che questo lavoro, fatto in primo luogo della fatica quotidiana dello studio, dovrebbe produrre sono “uomini nuovi”, capaci di una critica globale e articolata, di una nuova progettazione, orientati ideologicamente in funzione del superamento delle contraddizioni strutturali e sempre più stridenti del capitalismo. Si tratta di un lavoro lungo che richiede “moltissima nuova prassi creativa con moltissima nuova teoria creativa” ivi, p. 45). La parte propositiva del discorso di Rossi-Landi sull’ideologia è strettamente collegata con la questione del rapporto tra segni e ideologie e di conseguenza con quella del rapporto tra semiotica e studio dell’ideologia. Già nel saggio del 1976 Criteri per uno studio ideologico di un autore (ora in Rossi-Landi 1985, v. pp. 181- 185) e poi in maniera più elaborata nel presente volume, si mostra, come abbiamo accennato sopra, che la riproduzione sociale avviene (sempre ma ciò oggi, nella comunicazione globale, si evidenzia maggiormente) a tre livelli, che sono i livelli principali in cui il comportamento umano, collettivo o individuale, risulta programmato e in cui si affermano le forze sociali dette dominanti: i tre livelli dei modi di produzione, dei sistemi segnici e delle sovrastrutture. Il fattore ideologico, riscontrabile in tutti e tre i livelli si presenta in maniera manifesta e organica al livello sovrastrutturale, quello appunto delle istituzioni ideologiche . Queste considerazioni permettono di comprendere il processo di produzione e di organizzazione e del consenso, anche in funzione di una progettazione sociale innovativa. Nel § 1.3.4. del presente volume (pp. 87-95), intitolato appunto “Sistemi segnici, ideologie e produzione del consenso”, Rossi-Landi si occupa di tale questione riproponendo in forma semiotica il contributo che Antonio Gramsci aveva dato su questo argomento. Gramsci, sia pure in termini “pre-semiotici”, avevano individuato il ruolo che i sistemi segnici svolgono nel sistema della riproduzione sociale.
In termini gramsciani l’ipotesi sarebbe dunque questa, che la società civile [introdotta da Gramsci come intermedia tra struttura e sovrastruttura], fondamentalmente, altro non sia che l’insieme dei sistemi segnici così come essi sono organizzati in una determinata società e, generalizzando, in qualsiasi società (v. ivi,:p. 89).
Sotto questo punto di vista, si può dire che la riflessione di Rossi-Landi sull'ideologia rappresenti lo sviluppo in termini semiotici delle intuizione gramsciane circa il rapporto tra la “sovrastuttura” e la “struttura” sociali. Ed è nell'ottica gramsciana che Rossi-Landi considera la possibilità di una riorganizzazione del consenso in funzione di una progettazione sociale nuova. Egli afferma che la condizione fondamentale del “Nuovo Principe” (il riferimento è al concetto machiavelliano-gramsciano di “Principe”) è quella della organizzazione dei sistemi segnici verbali e non verbali in funzione di una determinata progettazione sociale; e che perciò promuovere e realizzare una nuova ideologia, e quindi permeare di nuovi valori ideologici il modo di produzione dominante, è possibile soltanto attraverso lo strumento dei sistemi segnici, in quanto livello mediatore fra i due livelli del modo di produzione e delle istituzioni ideologiche.
Nota bio-bibliografica
Ferruccio Rossi-Landi (Milano 1991-Trieste 1985) ha notevolmente contribuito allo sviluppo della semiotica e della filosofia del linguaggio collegando la tradizione continentale con quella inglese (filosofia analitica) e statunitense (Peirce, Morris). La sua ricerca è suddivisibile in tre fasi. La prima, degli anni Cinquanta, include la monografia Charles Morris (1953; ed. ampliata Feltrinelli 1975; v. l’epistolario con Morris, “Semiotica”, 1/2, 1992, a cura di S. Petrilli) e Significato comunicazione e parlare comune (1961; III ed. a cura di A. Ponzio, Marsilio1998). La seconda copre gli anni Sessanta e comprende Il linguaggio come lavoro e come mercato (1968; nuova ed. a cura di A. Ponzio, Bompiani 2003), che propone una teoria della produzione linguistica e segnica come teoria del lavoro linguistico e non-linguistico cui fondamento è l’omologia tra linguistica ed economia. Tramite la teoria del valore-lavoro (Marx) l’analisi si sposta dallo scambio (Saussure) e uso (Wittgenstein) linguistici alla produzione segnica. Di questa tematica si occupa direttamente Linguistics and Economics del 1970-71 (Mouton 1975 e 1977). La teoria del linguaggio come lavoro anticipa con lucidità e lungimiranza problematiche della fase attuale della produzione in cui la comunicazione è fattore costitutivo e il cosiddetto lavoro immateriale principale risorsa. La terza fase concerne gli anni Settanta e include Ideologia (ISEDI 1978; ed. ampliata Mondadori 1980 e qui ripoposta in nuova ed.) che si occupa del rapporto linguaggio-ideologia e dell’alienazione linguistica. Tali tematiche si ritrovano nei suoi saggi nella rivista da lui fondata “Ideologie” (1967-81), dei quali alcuni sono riuniti in Semiotica e ideologia (1972; 3a ed. a cura di A. Ponzio, Bompiani 1994), e un altro, su Sapir e Whorf, costituisce il libro Theory of Linguistic Relativity (Mouton 1973). Altri saggi sono raccolti in Metodica filosofica e scienza dei segni (Bompiani 1985). Postuma è la raccolta dei suoi saggi scritti in lingua inglese, Between Signs and Non-signs, a cura di S. Petrilli, Benjamins 1992.
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